Una Smart City creativa tra nuove tecnologie, e-service e nature based solution

di: Marino Cavallo

EyesReg, Vol.9, N.2, Marzo 2019


Dobbiamo a Richard Sennet, nel suo recente volume sulle città, l’illuminante distinzione tra cité e ville. La prima è costruita e definita dagli edifici, dalle strade, dalle connessioni tra i diversi quartieri. La seconda è creata dai suoi abitanti, si alimenta delle relazioni tra le persone e i gruppi sociali eterogenei che la plasmano e la trasformano incessantemente. Difficile pianificare dall’alto le funzioni della città, meglio coglierne gli aspetti salienti e caratterizzanti: la città è storta – adattando la celebre definizione di Kant dell’uomo, è aperta ed è modesta (Sennet, 2018). Di conseguenza bisogna seguirne i percorsi accidentati che la fanno crescere e apprendere dalle contingenze.  Non è sufficiente replicare meccanicamente formule precostituite buone per ogni contesto, astratte forme razionaliste studiate a tavolino. Nel tempo si è perso il significato più profondo e relazionale di città, specie nelle formulazioni ora in voga delle smart city: luoghi definiti dalle tecnologie e dal riduzionismo funzionale più che dalla progettazione condivisa e dall’ascolto delle energie che attraversano gli spazi di vita delle persone. Forse questa deriva tecnocratica nasce dal forte ruolo che hanno giocato le grandi corporation informatiche nella diffusione dei servizi digitali per le città e i territori. E questa forte caratterizzazione semplificatoria è destinata ad accentuarsi con le nuove tecnologie intelligenti. Big data, sensori, Internet of Things, ambienti virtuali, ridisegnano funzioni e servizi nelle metropoli iperconnesse; riconfigurano gerarchie territoriali e concentrazioni di opportunità e innovazione (Castells, 2017).

Un’altra idea di città è però possibile, più vicina alla città relazionale di Sennet che all’approccio business focused di IBM, CISCO, Amazon, e degli altri giganti del software e dell’ICT che si sono precipitati immediatamente a fornire soluzioni digitali per le città e le aree urbane. C’è un modello di Smart city alternativo, che si sta faticosamente delineando. Affiora da esperienze di partecipazione della popolazione, da processi di rigenerazione urbana, da percorsi di coinvolgimento dei cittadini nelle scelte di sviluppo locale, dall’uso creativo delle tecnologie per supportare processi comunitari di attivazione di nuovi servizi concepiti dagli stessi utilizzatori (Bria e Morozov, 2018).

Amsterdam e Madrid, New York e Seul, Milano – in Italia, stanno cercando di percorrere vie diverse e originali per disegnare i contorni di una smart city più legata ai processi partecipativi che al puro e semplice business di servizi digitali. Oppure altre città, per esempio Bologna, stanno tentando in questi anni di ripensare criticamente il concetto di città creativa proposto da Richard Florida (Florida 2014) cercando di privilegiare nei progetti di intervento il carattere espressivo legato alla produzione culturale giovanile locale piuttosto che la semplice industrializzazione di format preconfezionati (in grado di attirare soprattutto investitori e venture capitalist). È infatti ormai chiaro ai decision makers che attrarre talenti e favorire le classi creative rappresenta un percorso privilegiato per rendere le aree urbane vive, seducenti, e competitive. Luoghi densi di energie e idee capaci di depotenziare tutti quei fenomeni di gentrification dei quartieri, che emarginano progressivamente – ma inesorabilmente -, il tessuto sociale sedimentato, i residenti della prima ora, gli innovatori autoctoni.

Un’altra idea di smart city

Un altro degli elementi che caratterizza, almeno potenzialmente, le Smart city, se decidono di aprirsi e favorire l’innovazione sociale, è la capacità di garantire una maggiore sostenibilità e capacità di resilienza. Anche negli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile SDGs delle Nazioni Unite, le città sono identificate come soggetto chiave per migliorare il livello globale di benessere e di progresso umano. Infatti, è proprio nelle città e nelle metropoli che si concentrerà la popolazione e che cresceranno nei prossimi anni le attività di servizio e di innovazione. E inevitabilmente qui si produrranno i problemi e i conflitti ambientali più rilevanti e i fenomeni con maggiore impatto sugli ecosistemi e sul clima.

Come abbiamo visto, finora le smart city sono state concepite soprattutto come contenitori di e-service avanzati: mobilità intelligente, domotica, reti ultraveloci, cibersicurezza, reti di telecontrollo. Si tratta per la maggior parte di sistemi gestiti da interfacce informatiche di nuova generazione dotate di intelligenza artificiale, capaci di elaborare sofisticati profili degli utenti attraverso l’uso di big data, sviluppare reti telematiche evolute collegate a sensori bidirezionali che generano feedback continui, progettare oggetti interattivi grazie a microprocessori e collegamenti digitali. C’è però una direzione alternativa che può essere esplorata e creare innovazione e sviluppo creativo per le città e le metropoli. Si tratta dei progetti che vanno proprio nella direzione prima anticipata, della smart city cooperativa e aperta, delineata da Sennet come alternativa alla smart city chiusa e autoreferenziale (Sennet, 2018). Smart city sostenibili, dialogiche, interattive, capaci di favorire e incentivare la partecipazione e di apprendere dalle energie e dalle pratiche di vita spontanee e informali dei suoi abitanti.

Le nature based solutions: portare la vita nelle città

Le Nature Based Solutions (NBS), da questo punto di vista, possono rappresentare un nuovo paradigma di smart city, dove la tecnologia digitale è complementare alla vita dentro le città, allo sviluppo di forme organiche, alla moltiplicazione della biodiversità dentro le metropoli. Un connubio di naturale e artificiale in grado di promuovere partecipazione, cittadinanza sociale, inclusione, opportunità di lavoro e di nuova impresa.

L’Unione Europea definisce le NBS come soluzioni ispirate e supportate da criteri ecologici, in grado di garantire simultaneamente benefici ambientali, economici e sociali, capaci di contribuire alla resilienza delle città. Sono NBS i famosi progetti architettonici del bosco verticale di Stefano Boeri a Milano, dove il verde è integrato nel costruito, oppure la High Line, storica linea di trasporto della metropolitana di New York City riconvertita a parco urbano. Ma oltre a questi noti e celebrati progetti, che hanno avuto certamente il merito di concentrare l’attenzione sulla relazione tra natura e città, che è sempre più spesso, come sappiamo, un legame tra natura e cultura, tra ambiente e produzione simbolica di significati, tante altre esperienze stanno nascendo e si stanno sviluppando nel mondo. Possono essere microprogetti che nascono dal lavoro spontaneo e autoorganizzato dei residenti di un quartiere che si coalizzano per far rinascere un piccolo parco tra i palazzi, oppure gruppi di cittadini che riscoprono il piacere del contatto con la terra collaborando alla coltivazione di prodotti dell’orto. Può essere la rinascita di un mercato locale fatto di prodotti biologici che rianima un angolo di città, oppure soluzioni di architettura che innestano verde e vegetazione nelle architetture moderne di un edificio oppure sui tetti di un centro direzionale. Non si tratta però semplicemente della disordinata azione dal basso, autogestita e spontanea. La scommessa delle NBS è nella capacità di riconnettere le esperienze di miglioramento ecologico e ambientale con il tessuto delle relazioni sociali e comunicative che caratterizza i luoghi densi di vita e piacevoli da frequentare e li differenzia dagli spazi anonimi e artificiali. Che rende angoli di città più simili alla confusionaria, caotica, ma viva Nehru Place di Delhi piuttosto che all’anonimo e claustrofobico – anche se di raffinato e gran design –  spazio di coworking di Google Plex. La smart city ruvida e non ammaestrata evita così la spiazzante ricostruzione dello shikumen cinese, un tempo brulicante di vita all’aperto, nell’asettico e finto rifacimento delle aree centrali storiche di Shangai (Sennet, 2018).

Per tracciare un primo repertorio di esperienze qualificanti, dove individuare gli elementi fondanti delle NBS, può essere utile partire da un quadro concettuale capace di funzionare come griglia di analisi per cogliere i requisiti essenziali di queste nuove pratiche urbane e metropolitane, che potremmo definire di natura nella città e di città nella natura.  In particolare, possiamo considerare le NBS come esperienze che si prestano efficacemente a generare impatti sui diversi sistemi che incidono sullo sviluppo (ambientale, economico, sociale) e la capacità di resilienza dei sistemi urbani, seguendo il modello suggerito da Jeffrey Sachs e dagli stessi Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite (Sachs, 2015).

Un progetto che cerca di diffondere un approccio di questo tipo è “Connecting Nature”, guidato dal Trinity College di Dublino all’interno di un network internazionale del programma Horizon 2020, dove sono presenti università, centri di ricerca, imprese e città (www.connectingnature.eu). Si tratta di un progetto avanzato e sperimentale finalizzato a diffondere le pratiche di NBS in una rete di città europee (Ghent, Poznan, Glasgow, Bologna, Malaga, La Coruna, Sarajevo, Burgas, Nicosia, ecc.) ed extraeuropee. Sono delineati al suo interno modelli innovativi di piani urbani, masterplan per migliorare la qualità ambientale delle città, modelli di business in grado di creare nuova impresa e buona occupazione. C’è inoltre una parte qualificante del progetto che prevede lo sviluppo di attività in importanti paesi extraeuropei e aree del mondo in forte cambiamento: Cina, Brasile, Armenia, Georgia, Corea del Sud. Connecting Nature non è solo un modo per raccogliere buone pratiche e apprendere lezioni dalle città e dai network di ricerca internazionali, è un tentativo originale di tradurre le idee e le sperimentazioni in politiche regionali e locali in grado di intrecciare città, natura, persone e società. Politiche capaci di stimolare partecipazione, coinvolgimento, cura dell’ambiente e migliore qualità della vita; di tracciare i contorni di un nuovo modo di concepire le smart city e il loro rapporto con il territorio e i cittadini. Portando la natura nelle città e rendendole vive oltre che smart.

Marino Cavallo, Progetto Horizon 2020 Connecting Nature e Università di Bologna

Riferimenti bibliografici

Bria F., Morozov E. (2018), Ripensare le Smart City, Torino: Codice Edizioni.

Castells M. (2017), Comunicazione e potere, Milano: EGEA.

Raworth K (2017), L’economia della ciambella, Milano: Edizioni Ambiente.

Florida R. (2014), The Raise of the Creative Class. Revisited, New York: Basic Books.

Freeman E. (2010), Stakeholder Theory. The State of the Art, Cambridge MA: Cambridge University Press.

Sennet R. (2018), Costruire e abitare, Milano: Feltrinelli.

Sachs J. (2015), L’era dello sviluppo sostenibile, Milano: EGEA.

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