Giornale on-line dell'AISRe (Associazione Italiana Scienze Regionali)
 

Una classificazione dei makerspace italiani. Tra riuso e potenzialità di rigenerazione

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di: Stefano Di Vita 

EyesReg, Vol.9, N.3, Maggio 2019

La crisi economico-finanziaria del 2008, che continua a manifestare i suoi effetti sociali e spaziali, impone una riflessione sugli attuali processi di metamorfosi territoriale (Fregolent, Savino, 2013; Cremaschi, 2016): dalla diffusione di edifici e aree dismesse, che si stanno sommando ai residui dei recinti delle grandi fabbriche del fordismo non ancora valorizzati dai progetti di sviluppo immobiliare avviati negli anni Novanta, alla recente affermazione di forme diverse di uso e riuso degli spazi abbandonati, anche a supporto della proliferazione dei nuovi luoghi del lavoro legati allo sviluppo delle tecnologie digitali nella produzione di beni e servizi (Armondi, Di Vita, 2017).
In Italia, si tratta di processi prevalentemente spontanei, anche se non è mancata la sperimentazione di politiche di supporto e incentivazione, seppur frammentarie e settoriali e, quindi, prive di una visione strategica di lungo termine: dal Piano nazionale Impresa 4.0, alle iniziative di regioni e comuni, tra cui rispettivamente emergono quelle della Regione Emilia Romagna (ad esempio, con l’attivazione dell’Associazione Mak-ER) e del Comune di Milano (ad esempio, con la definizione del programma Manifattura Milano). È in questo contesto, al contempo di crisi e innovazione, che parte di una più ampia attività di ricerca del Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano, intitolata “Nuovi luoghi del lavoro. Promesse di innovazione, effetti nel contesto economico e urbano” (1) , ha osservato le dinamiche socio-economiche e spaziali, oltreché politiche, che hanno caratterizzato la diffusione italiana dei makerspace: laboratori artigianali aperti al pubblico, che offrono strumenti e servizi dedicati alla manifattura digitale (Manzo, Ramella, 2015).
Nonostante il processo di de-industrializzazione degli ultimi decenni, in Europa l’Italia si conferma seconda soltanto alla Germania per il valore aggiunto della produzione manifatturiera (Onida, Viesti, 2016): un settore trainato da un sistema locale di piccole e medie imprese, espressione di un capitalismo molecolare (Bonomi, 2013). Analogamente, anche la recente espansione italiana dei laboratori maker mostra alcune peculiarità (Bianchini et al., 2015; D’Ovidio, Rabbiosi, 2017). La loro diffusione nel nostro paese, dall’apertura del fab-lab di Torino nel 2011 ai 130 makerspace confermati nel territorio nazionale dalla ricerca del Politecnico di Milano nel giugno 2018, è stata tardiva ma più intensa che in altre economie avanzate: da un lato, come risposta spontanea alla contrazione dell’economia e alla crescita della disoccupazione degli ultimi 10 anni; dall’altro, come evoluzione di una cultura produttiva di tipo artigianale, tradizionalmente molto diffusa (Manzo, Ramella, 2015).

Proposte di classificazione

I laboratori maker, in cui l’accesso diffuso alle tecnologie digitali si spazializza, sono laboratori artigianali “fondati sull’approccio open source di produzione e, quindi, parte dell’economia della condivisione, dove le relazioni (…) contano al contempo sulle reti digitali lunghe e sui rapporti face to face” (Armondi et al., 2019. Pag. 124). Nonostante l’enfasi e la retorica sul ruolo dei maker e dei makerspace, in particolare nella riconfigurazione delle economie urbane, si tratta comunque ancora di un fenomeno di nicchia, quantitativamente poco rilevante, benché interessante per il suo potenziale contributo alla formazione di ecosistemi dell’innovazione: ovvero, allo sviluppo di un’industria miniaturizzata e decentrata, in grado di tornare anche nei centri urbani (Veltz, 2017).
È sullo sfondo di queste limitate dimensioni e, al contempo, di queste grandi potenzialità che la ricerca del Politecnico di Milano ha osservato la recente diffusione dei laboratori maker in Italia: da un lato, una loro mappatura ha consentito di individuarne le geografie in relazione alle caratteristiche dei singoli laboratori e dei rispettivi contesti territoriali; dall’altro, la somministrazione di un questionario on-line ai loro manager ha consentito di ottenere alcune prime informazioni sui loro effetti socio-economici e spaziali.
Dei 130 makerspace attivi in Italia (confermati dalla ricerca del Politecnico di Milano sui 164 originariamente individuati), circa il 40% ha avviato le sue attività tra il 2014 e il 2015, mentre risulta decisamente inferiore il numero delle aperture registrate tra il 2011 e il 2012, nonché dal 2016. Se il 33% è situato nel Nord-Ovest, il 30% nel Nord-Est e il 20% nel Centro, soltanto l’8,5% è collocato nel Sud e l’8,5% nelle due isole maggiori (Sardegna e Sicilia), mostrando pertanto una analogia con la struttura del sistema insediativo ed economico del nostro paese. In particolare, il fenomeno si conferma come tipicamente urbano: considerando la classificazione dei comuni proposta dalla Strategia nazionale per le aree interne, soltanto 9 dei makerspace italiani sono situati in comuni classificati come Aree interne, mentre 121 sono ubicati in comuni classificati come Centri. Di questi, 93 sono inoltre localizzati nei comuni più attrattivi a livello nazionale, classificati come Polo, mentre soltanto 28 sono collocati in comuni di inferiore importanza: 5 in comuni attrattivi a livello locale, classificati come Polo intercomunale, e 23 in comuni inclusi in aree densamente urbanizzate, ma con limitata capacità di attrazione, classificati come Cintura (Fig. 1).

Figura 1


Fonte: elaborazione a cura di Alessandro Scandiffio


Confermando il nesso con la struttura del sistema insediativo e produttivo, una prima forma di “urbanità” dei makerspace italiani, che è elevata su scala nazionale (con il 93% dei laboratori in comuni classificati come Centri), varia su scala locale: aumenta nelle regioni del Nord-Ovest (100%), dove sono storicamente situate le grandi città industriali (Milano, Torino, Genova), mentre diminuisce nelle regioni del Nord-Est (89%) e del Centro (88%), che corrispondono alla Terza Italia del manifatturiero diffuso.
I laboratori maker del nostro paese rappresentano uno spaccato interessante dei processi molecolari di sostituzione funzionale del patrimonio edilizio abbandonato o sotto-utilizzato, collocandosi prevalentemente in spazi di piccole dimensioni (inferiori ai 100 mq), in sostituzione o a integrazione di attività esistenti o pre-esistenti: non soltanto industriali e artigianali (36 su 130), ma anche commerciali e direzionali (25), residenziali (14) e di interesse collettivo (36), a partire da istituti scolastici, università e musei (Fig. 2). Se nel Nord-Ovest il numero dei makerspace inseriti in edifici originariamente dedicati ad attività manifatturiere (pari al 44% del totale) è superiore alla media nazionale (28%), nelle regioni peninsulari prevale la localizzazione in edifici pubblici (con punte del 36% nelle Isole maggiori, a fronte di una media nazionale del 26%), o in spazi originariamente destinati ad attività commerciali (con punte del 27% al Sud e del 46% nelle Isole maggiori, a fronte di una media nazionale del 17%) e residenziali (con punte del 36% al Sud, a fronte di una media nazionale dell’11%).

Figura 2


Fonte: elaborazione a cura di Alessandro Scandiffio


L’eterogeneità delle tipologie edilizie dei laboratori maker italiani si riflette nell’eterogeneità degli ambiti in cui si inseriscono: dai tessuti urbani storici (19 su 130) a quelli recenti, siano essi quartieri residenziali (81) o comparti destinati ad attività commerciali e manifatturiere (22), fino alle zone rurali (5) (Fig. 3). Anche in questo caso si riconoscono alcune differenze territoriali: ad esempio, l’ubicazione dei makerspace nei tessuti produttivi corrisponde al 28% dei laboratori attivi nel Nord-Est, a fronte di una media nazionale del 17%, mentre la localizzazione in aree rurali corrisponde al 18% nel Sud, a fronte di una media nazionale del 4%.
Questa diversificazione può essere interpretata come espressione dell’indifferenza localizzativa delle manifatture additive. Al contempo, va rapportata alla molteplicità delle iniziative che sottendono ai laboratori presenti nel nostro Paese: 82 su 130 sono di iniziativa privata (promossa sia da operatori economici, sia da associazioni), mentre 48 sono di iniziativa (direttamente o indirettamente) pubblica, riconducendosi all’attività delle istituzioni locali (comuni, province e regioni), in forma singola o cooperativa (21), nonché delle scuole (12), delle università (8) e dei musei (6) (Fig. 4). A parziale giustificazione delle differenze localizzative dei makerspace italiani tra le regioni settentrionali e quelle peninsulari, nel Nord-Ovest e nel Nord-Est le iniziative private superano la media nazionale (con, rispettivamente, il 74% e il 67% delle attività, a fronte del 63%), mentre nelle altre regioni prevalgono le iniziative pubbliche (con punte del 54% al Centro e nelle Isole Maggiori, a fronte del 36%).

Figura 3


Fonte: elaborazione a cura di Alessandro Scandiffio

Figura 4

Fonte: elaborazione a cura di Alessandro Scandiffio

Osservazione degli effetti territoriali

L’eterogeneità degli spazi, dei contesti e delle iniziative che caratterizzano i laboratori maker italiani sono altresì espressione dell’ampia gamma di attività che vi si svolgono: non soltanto imprenditoriali, ma anche educative, formative o ludico-creative. Resta da approfondire quali siano gli effetti territoriali prodotti da queste esperienze pioniere e fortemente diversificate di nuova manifattura. Le relazioni (frequentemente evocate) tra makerspace e processi di innovazione e rigenerazione urbana e territoriale non sono dimostrate dalle analisi empiriche finora effettuate dalla ricerca del Politecnico di Milano. Nonostante le potenzialità di rinnovamento socio-economico e spaziale, la maggior parte dei laboratori appare introversa e incapace di alimentare altri interventi (Armondi et al., 2019).
Come è emerso dalle 39 risposte ottenute al questionario on-line per i manager dei 130 makerspace italiani (gennaio 2018), gli effetti territoriali prodotti sono positivi per il 77% degli intervistati. Questi, però, sono prevalentemente individuati nel riuso di edifici abbandonati da parte dei laboratori stessi (69%), mentre limitato risulta l’impatto nel contesto spaziale di prossimità: ad esempio, attraverso l’apertura di nuove attività economiche (39%), la riqualificazione degli spazi pubblici o il recupero di altri immobili (21%). I makerspace italiani sviluppano reti temporanee, formate perlopiù dalle convenzioni con le scuole, nonché dall’organizzazione di eventi e attività culturali, di formazione e sensibilizzazione, attivando relazioni con istituzioni (80% degli intervistati) e associazioni (69%), più che con imprese manifatturiere (64%) e società di servizi (26%). In questa prima fase, i laboratori maker del nostro paese promuovono prevalentemente attività di formazione (43%), consulenza (17%) e ricerca (13%), anziché di produzione (27%): ovvero, attività propedeutiche all’eventuale sviluppo della nuova manifattura, prima che di fabbricazione digitale vera e propria.
Per il 59% degli intervistati, però, le attività dei makerspace non sono remunerative. Il livello di soddisfazione dei manager è elevato prevalentemente in funzione dell’impatto positivo sulle competenze personali (98%) e delle opportunità di sharing e networking (74%), che superano quelle di business (28%). La sostenibilità economica è scarsa, senza vendita di servizi, sponsorizzazioni o finanziamenti pubblici, e la missione principale di molti laboratori è culturale: dal trasferimento delle conoscenze a cittadini e imprese, all’impulso allo sviluppo di comunità di pratiche. Effetti distorti sono però riconosciuti in una seconda forma di “urbanità” rappresentata dai makerspace italiani: ovvero, nella produzione di enclave autoreferenziali, destinate ad una élite esclusiva di lavoratori della conoscenza – accomunati da condizioni di prossimità sociale (77% degli intervistati), cognitiva (54%) e organizzativa (46%) – ma incapaci di offrire rimedi duraturi alla precarietà dei freelance.

Conclusioni

È con riferimento alle potenzialità di innovazione e rigenerazione urbana e territoriale, ma anche alla fragilità socio-economica e all’autoreferenzialità culturale e spaziale dei makerspace, che le politiche pubbliche e gli strumenti urbanistici potrebbero migliorare la loro efficacia. Ad esempio, riconducendo la frammentarietà, la settorialità e l’occasionalità delle iniziative finora promosse nel solco di una riflessione più ampia e di una visione multi-scalare del rapporto tra nuove economie e sviluppo urbano e regionale: sia in relazione alle reti e alle filiere globali; sia rispetto alle specializzazioni e alle criticità locali, in un paese con una tradizione manifatturiera intensa e molecolare, diffusa e radicata nei territori (Bonomi, 2013), ma sempre meno competitivo a causa dell’assenza di strategie integrate per l’economia, le città e le regioni, nonché dell’esiguità degli investimenti nell’innovazione.
È in un simile orizzonte che andrebbe inserito il necessario consolidamento e radicamento delle attività dei makerspace finora avviati, anche con riferimento a servizi pubblici, aziende multi-utility e piattaforme produttive esistenti. Ai fini di una valorizzazione delle relazioni territoriali di questi nuovi luoghi del lavoro, non andrebbero inoltre trascurate le connessioni con le dinamiche spaziali interne a e tra città e regioni, anche attraverso strumenti urbanistici in grado di archiviare la rigidità delle tradizionali destinazioni d’uso e interpretare la flessibilità dei laboratori maker (pubblici e privati, destinati alla produzione di beni e servizi – Armondi et al., 2019).
Se la manifattura è tornata ad essere centrale per la tenuta e lo sviluppo delle economie avanzate (Onida, Viesti, 2016), l’assunzione di un approccio integrato e multi-scalare nelle politiche pubbliche e negli strumenti urbanistici potrebbe altresì consentire di affrontare le crescenti disparità tra luoghi e condizioni di rinnovamento e declino (2).

Stefano Di Vita, DASTU – Politecnico di Milano

Riferimenti bibliografici

Armondi S., Di Vita S., eds. (2017), Innovative Workplaces and Urban Spaces, Journal of Urban Technology, 24, 3, Special Issue.
Armondi S., Caruso N., Di Vita S., Morandi C., Rossignolo C. (2019), Make in Italy tra vuoti urbani e piccole economie, in d’Albergo E., De Leo D., Viesti G. (a cura di), Il governo debole delle economie urbane. Quarto Rapporto sulle città di Urban@it, Bologna: Il Mulino.
Bianchini M., Menichinelli M., Maffei S., Bombardi F., Carosi A. (2015), Makers’ inquiry (Italia). Un’indagine sui maker italiani e sul Make in Italy, Milano: Libraccio.
Bonomi A. (2013), Il capitalismo in-finito. Indagine sui territori della crisi, Torino: Einaudi.
Cremaschi M., a cura di (2016), Metropoli attraverso la crisi. Primo Rapporto sulle città di Urban@it, Bologna: Il Mulino.
D’Ovidio M., Rabbiosi C., a cura di (2017), Makers e città. La rivoluzione si fa con la stampante 3D?, Milano: Fondazione Giangiacomo Feltrinelli.
Fregolent L., Savino M., a cura di (2013), Città e politiche in tempo di crisi, Milano: FrancoAngeli.
Manzo C., Ramella F. (2015), Fab Labs in Italy: Collective Goods in the Sharing Economy, Stato e Mercato, 3: 379-418.
Onida F., Viesti G., a cura di (2016), Una nuova politica industriale in Italia. Investimenti, innovazione, trasferimento tecnologico, Firenze: Passigli.
Veltz P. (2017), La société hyper-industrielle. Le nouveau capitalisme productif, Paris: Editions du Seuil et la République des Idées.

Note

(1) Ricerca FARB. Gruppo di lavoro: Ilaria Mariotti (coordinatore) con Mina Akhavan, Simonetta Armondi, Stefano Di Vita, Fabio Manfredini, Corinna Morandi, Andrea Rolando, Stefano Saloriani e Alessandro Scandiffio.

(2) Questi temi verranno approfonditi nel progetto COST Action “The Geography of New Working Spaces and the Impact on the Periphery” (comeINperiphery) CA18214. Gruppo di lavoro del Politecnico di Milano: Ilaria Mariotti (Main Proposer), Mina Akhavan, Simonetta Armondi, Stefano Di Vita, Fabio Manfredini, Stefano Saloriani (Secondary Proposers appartenenti al Gruppo di Lavoro per l’Italia).

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