Giornale on-line dell'AISRe (Associazione Italiana Scienze Regionali)
 

Radicamento e relazioni di contesto dei makerspace milanesi

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di: Corinna Morandi 

EyesReg, Vol.9, N.3, Maggio 2019

Nel quadro di una presenza significativa di spazi makers in Italia (Di Vita, 2019), esito di frequenti fenomeni di apertura/chiusura/sostituzione, nella città di Milano è presente un campione di queste attività che nel tempo ha dimostrato capacità di tenuta e di evoluzione nelle modalità di erogazione di servizi e di relazioni col contesto. Nell’ambito dell’attività di osservatorio focalizzata su un limitato numero di spazi makers avviata nel 2014 (D’Ovidio, Rabbiosi, 2017) e dei risultati dell’indagine ottenuti nel quadro della ricerca sugli spazi di coworking e maker spaces presso il DAStU, Politecnico di Milano (1), è possibile tracciarne l’evoluzione in termini di integrazione sia nel contesto socioeconomico e spaziale locale, sia di sviluppo di relazioni con altri soggetti e con altri contesti, a partire dal riconoscimento della forte individualità di ogni caso. La ricerca è stata realizzata sia attraverso l’osservazione diretta e le interviste, sia attraverso la somministrazione del questionario ai manager degli spazi makers ed ha consentito di rilevare alcuni caratteri specifici dei soggetti, quali la formazione e l’expertise, le attività principali realizzate e la loro redditività, le modalità con cui i makers scambiano conoscenza e relazioni personali o di gruppo con l’ecosistema locale o sovralocale e l’impatto diretto sul contesto in cui gli spazi sono insediati.

Le osservazioni e l’indagine sono state sviluppate tenendo sullo sfondo alcuni riferimenti concettuali, utili per inquadrare più in generale gli elementi di (potenziale) innovazione rappresentati dalla presenza urbana dei makers. Un primo riferimento si basa sul concetto di prossimità, condizione che, articolata in diverse tipologie di relazione – non solo geografica (Boschma, 2005) – ed associata alla diffusione della connettività, consente in prima approssimazione di spiegare il superamento dei ruoli e delle fasi tradizionalmente rigidamente separati tra ideazione/ricerca/progettazione/esecuzione/consumo che si realizza negli spazi makers. Nello spazio maker e nella figura del maker si realizza questa fluidità/continuità di ruoli, oltre allo scambio continuo di conoscenza in situazioni di cooperazione/competizione tra vari attori. Veltz nel suo recente testo sulla società “iper-industriale”, sviluppando il concetto di crescita degli ecosistemi della conoscenza, fa riferimento alla rilevanza della “économie rélationnelle de la proximité” e alla “compétitivité rélationnelle” (Veltz, 2017) anche come supporto alla nuova produzione urbana. Queste condizioni sono in grado di consentire e di sostenere lo sviluppo di attività di produzione leggera, di piccola scala, che usa tecnologie avanzate e tradizionali, che spesso riutilizza spazi lasciati da altre attività: una manifattura urbana che ha alcune analogie con l’artigianato (piccoli numeri, prodotti su misura) ma che utilizza strumentazione e metodi di progettazione e produzione che si alimentano delle conoscenze più avanzate, anche attingendo a fonti open source consentite dall’alta connettività digitale (Armondi et al., 2019). La presenza dei fablab – e in alcuni casi la loro crescita – si lega anche all’affermazione di settori di mercato spesso ignorati dalle grandi imprese e può essere considerata come un segnale (debole, ma rappresentativo) di una rapida e strutturale evoluzione dell’economia e della società contemporanea verso nuove forme di collaborazione e condivisione, rese possibili dalla diffusione di internet. Alla formazione del maker, che è in genere pluridisciplinare, in continua evoluzione e apprendimento, aperta e dialogica, fa riscontro la natura degli spazi, ibridi nella aggregazione delle funzioni, nelle modalità d’uso, nelle figure degli utenti.

Il caso di Milano ben si presta a rappresentare la condizione sinteticamente descritta, con l’avvertenza che l’interesse per il fenomeno non sta nei numeri, che non sono rilevanti, ma nella verifica del potenziale contributo che i makers possono rappresentare per la formazione di ecosistemi dell’innovazione produttiva e sociale, in un’area che ha visto una trasformazione diffusa e violenta del suo sistema manifatturiero: spesso solo dei processi che presentano delle componenti di sperimentazione nella produzione, di costruzione di conoscenza condivisa, di riutilizzo incrementale di spazi riescono a produrre valore, anche di mercato, che si può riverberare in episodi di rigenerazione inclusiva, a fronte della difficoltà di realizzare operazioni immobiliari complesse di riuso di comparti produttivi dismessi.

Il dato rilevato a Milano nel 2018 si riferisce a 16 spazi makers localizzati entro i confini comunali e a due nella città metropolitana (Cinisello Balsamo e Rozzano), in prevalenza iniziative private; due sono inseriti in istituzioni per la formazione (Politecnico e Museo della Scienza e della Tecnologia); una recente iniziativa integra la sede milanese della Luiss e tre fablab con il sostegno della amministrazione comunale; i due fablab in area metropolitana sono ospitati in sedi di attrezzature municipali. È difficile generalizzare le diverse caratteristiche degli spazi makers milanesi, spesso integrati da spazi di co-working, che seguono traiettorie di specializzazione e adattamento alla domanda di servizi: locale (corsi per le scuole del quartiere, organizzazione di eventi formativi e culturali) o a scale diverse (partecipazione a reti di produzione-sperimentazione-ricerca nazionali e internazionali, prestazioni a supporto di soggetti imprenditoriali, ma anche del terzo settore). La municipalità attraverso l’assessorato alle Politiche per il lavoro, Sviluppo economico, Università e ricerca sperimenta da tempo modalità di sostegno diretto o indiretto allo sviluppo e al radicamento di queste realtà ibride ma potenzialmente fertili di innovazione: attraverso lo sviluppo della infrastruttura tecnologica avanzata con i programmi Milano Smart City e Milano Sharing City; con i bandi per l’assegnazione di spazi di proprietà comunale in cui ospitare attività che sviluppano progetti di innovazione economica, produttiva e sociale; con l’impegno diretto nel sostegno a luoghi che sperimentano nuove modalità di produzione e inclusione; con Fabriq nella periferia nord e con Muhma, lo spazio della Luiss già citato. Un modo indiretto con cui l’amministrazione interviene nel sostegno di queste attività è nella estensione della normativa sulla indifferenza funzionale nel nuovo piano di governo del territorio, ampliando la possibilità di cambiamento della destinazione d’uso tra il settore terziario e quello produttivo, facilitando così la realizzazione di spazi ibridi e multifunzionali per la fornitura di prodotti e servizi.

L’indagine tra i makers ha consentito di verificare che gli assi intorno ai quali si concentra l’attività dei fablab milanesi sono la formazione, la ricerca e la manifattura. Tuttavia la prevalenza o la combinazione di tali attività costituisce la specificità di ogni spazio (la formazione è sempre presente, ma in particolare sono impegnati in corsi e attività di education Yatta, i due fablab pubblici metropolitani e, in associazione con la ricerca, Polifactory nel Politecnico di Milano; la partecipazione alle dinamiche dell’ecosistema locale, la relazione con le imprese e le attività di produzione e di ricerca per prodotti e servizi “su misura” – ad esempio nel campo medicale – connotano il profilo di OpenDot e We Make; la tendenza alla produzione seriale e alla commercializzazione e la partecipazione a reti di nuovi spazi per la formazione e produzione come Talent Garden sembrano rappresentare la tendenza recente di The Fab Lab).

I manager intervistati presentano in genere un profilo connotato da un alto capitale culturale, una formazione che integra interessi multidisciplinari, spesso su una base di educazione umanistica. Si dichiarano soddisfatti di lavorare nei fab lab per la possibilità di incrementare il proprio patrimonio di conoscenze, apprezzano la componente creativa e l’opportunità di realizzare prodotti con alto valore aggiunto. In genere sviluppano relazioni di carattere collaborativo, con modalità informali, con gli altri makers, con cui condividono affinità di carattere culturale e talvolta stili di vita.

La mappatura degli spazi makers milanesi, in associazione con la mappatura dei co-working, delle sedi di servizi culturali e di attività commerciali, ha consentito di evidenziare alcuni addensamenti significativi: nella zona del quartiere Isola, che ha visto la recente trasformazione da zona popolare a distretto creativo, e nel quadrante sud est che ruota intorno a Porta Romana dove alcune operazioni, come la realizzazione della sede della Fondazione Prada e di un grande comparto terziario e la prospettiva di riuso dello scalo merci, hanno fatto da driver di processi diffusi di sostituzione di attività e micro trasformazioni d’uso in un contesto di grande varietà di situazioni di rinnovo urbano e sociale, come testimoniano la creazione di social street, o gli accordi con commercianti, scuole e gruppi sociali.

Associare processi di rigenerazione urbana all’insediamento e alla presenza, più o meno radicata, di spazi makers non appare ancora dimostrabile, al di là di generiche affermazioni o di intenzionalità non ancora compiutamente espresse . Dalle osservazioni condotte sinora, che richiedono un lavoro in profondità e in prospettiva, si può tuttavia ipotizzare che per il radicamento e l’estensione della presenza dei makers nei contesti di innovazione produttiva e sociale conti la multifunzionalità e la varietà spaziale e sociale dei tessuti urbani, il profilo culturale e l’expertise dei maker e la qualità delle relazioni che si stabiliscono tra makers e contesto, nell’ambito delle varie situazioni di prossimità.

Figura 1: Mappa fablab e co-working a Isola

Corinna Morandi, DASTU – Politecnico di Milano

Riferimenti bibliografici

Armondi S., Caruso N., Di Vita S., Morandi C., Rossignolo C. (2019), Make in Italy tra vuoti urbani e piccole economie, in d’Albergo E., De Leo D., Viesti G. (a cura di), Il governo debole delle economie urbane. Quarto Rapporto sulle città di Urban@it, Bologna: Il Mulino.
Boschma, R. (2005) ‘Proximity and Innovation: A Critical Assessment’, Regional Studies, 39, 1, 61 — 74.
D’Ovidio M., Rabbiosi C., a cura di (2017), Makers e città. La rivoluzione si fa con la stampante 3D?, Milano: Fondazione Giangiacomo Feltrinelli.
Di Vita S. (2019), Una classificazione dei makerspace italiani. Tra riuso e potenzialità di rigenerazione, EyesReg, 9, 3.
Veltz P. (2017), La société hyper-industrielle. Le nouveau capitalisme productif, Paris: Editions du Seuil et la République des Idées.

Note

(1) Ricerca FARB, DAStU, Politecnico di Milano “Nuovi luoghi del lavoro. Promesse di innovazione, effetti nel contesto economico e urbano”, Gruppo di lavoro: Ilaria Mariotti (coordinatore) con Mina Akhavan, Simonetta Armondi, Stefano Di Vita, Fabio Manfredini, Corinna Morandi, Andrea Rolando, Stefano Saloriani e Alessandro Scandiffio.

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