Il capitale sociale nelle regioni italiane: un confronto temporale

di: Marco Carradore

EyesReg, Vol.8, N.6, Novembre 2018

 

 

La distribuzione di capitale sociale (CS) a livello regionale in Italia ha avuto un interesse scientifico – e non solo – sin dalle prime ricerche empiriche sul tema. Si pensi, ad esempio, allo studio di Putnam (1993) sulla tradizione civica nelle regioni italiane, che ha stimolato un ampio dibattito a livello nazionale.

Introdotto in letteratura attorno agli anni venti del secolo scorso è

solo con le opere di Bourdieu (1986), Coleman (1990) e lo stesso Putnam (1993) che il concetto di CS acquisisce una “collocazione” scientifica (Carradore, 2018a) e un uso sempre maggiore per spiegare diversi fenomeni sociali come, ad esempio, lo sviluppo economico, la performance delle istituzioni e la prestazione dei sistemi di welfare.

Sebbene diverse discipline siano ricorse al concetto di CS come variabile esplicativa, la sua definizione è ancora molto discussa, inoltre permane aperta la discussione sugli indicatori da impiegare per rilevarlo (Andriani, Christoforou, 2016).

Il CS, in senso ampio, può essere inteso come una risorsa generata dalle relazioni tra persone o istituzioni sociali, come ad esempio, la famiglia, i gruppi sociali e la comunità, e che produce benefici per chi partecipa in tali interazioni (Manza, 2006). Similmente al capitale economico, il CS, anche se meno tangibile, può essere accumulato e reinvestito generando altri vantaggi.

Lo studio della dotazione di CS delle regioni italiane è rilevante per diversi motivi: innanzitutto, si tratta di un primo contesto empirico prestato all’analisi, si veda, per l’appunto Putnam (1993), quindi è interessante osservare se e come varia nel corso degli anni; in secondo luogo è un caso non omogeneo, nel senso che le venti regioni raffigurano diversità territoriali, culturali ed economiche (Banfield, 1961, Bagnasco, 1977) – a volte anche molto accentuate – che contraddistinguono l’Italia rispetto altre nazioni. Inoltre, l’attenzione al livello sub-nazionale italiano è doverosa poiché il processo di decentralizzazione ha incrementato i poteri e le funzioni delle regioni stesse, attribuendo a queste unità un maggior ruolo di coordinamento dei servizi tra cittadini e governo centrale (Baldi, 2006). Pertanto comprendere le diversità tra le venti regioni è fondamentale al fine di poter intervenire per individuare strategie che permettano la riduzione della persistente diseguaglianza territoriale.

Le ricerche che si sono occupate della diffusione di CS a livello regionale in Italia si sono focalizzate prevalentemente su studi sincronici (Carradore 2018a), vale a dire su specifici anni o considerando indicatori riferiti a un ristretto arco temporale. Un limitato numero di studi si è concentrato su approfondimenti diacronici, confrontando, ad esempio, diversi anni per verificare l’andamento della distribuzione di CS. L’attuale disponibilità di dati permette dei confronti temporali che è quindi utile sviluppare.

Quale dotazione di CS hanno le regioni italiane? Nel periodo di austerità, conseguente alla recente crisi economico-finanziaria, è accresciuta la quantità di CS delle regioni o si è invece ampliato il divario territoriale? A questi interrogativi si cerca di fornire una risposta comparando la disponibilità di CS delle regioni d’Italia tra due momenti temporali.

 

Indicatori e metodo

Gli indicatori impiegati per rilevare il CS, ricavati dalle indagini “Aspetti della vita quotidiana” dell’Istat, sono indicati in tabella 1. Essi sono stati raggruppati in sei categorie rispetto la letteratura di riferimento. I criteri seguiti per selezionare gli indicatori sono: attinenza della variabile al CS, informazione sulla medesima unità (quale la regione) e dato disponibile per diversi anni e per tutte le regioni italiane.

Tabella 1. Indicatori di capitale sociale

Valori rilevati su persone di 14 e più anni.

 

Per analizzare la distribuzione di CS e la sua variazione nel tempo si è quindi costruito un indicatore sintetico di CS per l’anno 2003 e uno per il 2013, confrontando quindi cinque anni prima e cinque dopo l’anno 2008, considerato come il momento di inizio della crisi economico-finanziaria. L’evento della crisi non è qui da considerarsi come una variabile che influisce sul CS, poiché nell’ analisi ci si sofferma solo sulla dotazione di CS, senza approfondire la causalità degli effetti che ricadono sulla diffusione di CS. L’arco temporale di dieci anni è considerato sufficiente per il confronto dei fenomeni sociali.

I due indicatori sintetici di CS sono stati calcolati impiegando il metodo della distanza di Pena – DP2 – (Somarriba, Pena 2009; Zarzosa, Somarriba 2013; Carradore 2018a, 2018b). Si è perciò calcolato un indicatore sintetico di CS riferito all’anno 2003 e uno al 2008, in modo da confrontare un uguale periodo antecedente e posteriore l’anno 2008.

Un elevato valore di DP2 indica molto CS, mentre un basso valore rappresenta scarsa disposizione di CS.

 

I cambiamenti nel tempo

I risultati dell’analisi sono riportati nella tabella 2 dove sono specificati i valori degli indicatori sintetici di CS – numeri che possono essere interpretati come valori cardinali – per ogni regione e per i due periodi osservati, la classificazione rispetto alla dotazione di CS e nell’ultima colonna, la variazione dei casi nella graduatoria, calcolata dalla differenza delle posizioni nella classifica.

Tabella 2. Indicatori sintetici di capitale sociale, ranking e variazione

Nel 2003, le regioni con maggiore scorta di CS sono rispettivamente Trentino Alto Adige, Emilia Romagna, Toscana, Lombardia e Friuli Venezia Giulia. Dall’altra parte, le regioni con meno CS sono: Sicilia, Campania, Lazio, Calabria e Puglia. Tra questi due gruppi si collocano tutte le rimanenti regioni. Questa classificazione rispecchia quindi la classica distinzione già descritta dalla letteratura tra un Nord “ricco” e un Sud “povero” di CS.

Nel 2013, Trentino Alto Adige, Toscana, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia si confermano ancora le regioni con più CS; mentre Campania, Sicilia, Molise e Puglia quelle con meno CS. Dieci anni dopo la prima analisi, anche se si ha una riconferma di un’Italia divisa in due aree per quanto concerne la “dote” di CS, si nota però qualche cambiamento.

Che cosa è avvenuto quindi nei dieci anni considerati? Innanzitutto, i dati mostrano che si è ampliato il divario tra chi ha di più e di meno CS, in altre parole, è aumentata la distanza tra le regioni che sono agli estremi della classificazione. Di fatto, la differenza tra il valore dell’indicatore sintetico di CS del Trentino Alto Adige e la Sicilia, nel 2003 è di 11.1, mentre nel il 2013 tale scarto sale a 12.69, quindi, nel corso del tempo, è accresciuto il distacco tra la regione maggiormente dotata di CS rispetto quelle con minore CS.

In secondo luogo, si evince – comparando sempre le due classificazioni – che alcune regioni hanno accresciuto la loro dotazione di CS. In particolare si nota il caso del Lazio, della Basilicata e della Sardegna, ma anche, se con minior performance, l’Abruzzo, il Veneto, la Calabria, il Friuli Venezia Giulia, la Sicilia e la Toscana. Il caso del Lazio – che ha un elevato incremento – tuttavia, può essere dovuto al consistente aumento dei valori della variabile contare sull’aiuto di altre persone.

È da notare che molte delle regioni che migliorano la loro performance – anche se di poco – nella graduatoria, appartengono all’area storicamente “povera” di CS.

Se alcune regioni migliorano nel ranking, altre arretrano e si tratta dell’Umbria, Liguria, Lombardia, Molise, Valle d’Aosta, Campania, Emilia Romagna. Tra queste, invece, si notano le regioni del Nord, che tradizionalmente connotate con un elevato CS, ora si trovano a fare i conti con una decrescita di una risorsa che le ha contraddistinte.

Il Piemonte e le Marche si mostrano stabili, mantenendo la stessa posizione nella graduatoria.

L’analisi svolta conferma quindi da un lato la storica distribuzione del CS, ma dall’altro fa emergere le seguenti trasformazioni nel corso dei dieci anni esaminati: un maggiore divario nel 2013, rispetto al 2003, tra la regione più dotata di CS e quella meno; una perdita di CS da parte di alcune regioni tradizionalmente “ricche” di questo “bene” e una variazione, anche considerevole, in negativo di alcune regioni quali Umbria, Liguria, Lombardia e Molise.

 

Conclusioni

L’idea principale dell’analisi era di verificare se ci sono stati dei cambiamenti nella dotazione di CS a livello regionale prima e dopo la crisi economico-finanziaria.

L’obiettivo è stato perseguito creando due indicatori sintetici di CS, ricorrendo a variabili che rappresentano le diverse dimensioni di CS, e confrontando così i due indici sintetici.

L’analisi, in sostanza, conferma quanto già individuato in letteratura, ossia che le regioni del Nord hanno una maggiore dotazione di CS rispetto alle regioni del Centro e Sud, e questo è valido sia per l’analisi condotta con dati riferiti al 2003 e sia al 2013.

Dal confronto temporale, emerge, però, un cambio nella distribuzione di CS nel corso dei dieci anni, nel senso che, se alcune regioni del Centro e Sud hanno accresciuto la loro “quantità” di CS, è il caso di Lazio, Sardegna e Basilicata, altre regioni del Nord, quale Valle d’Aosta, Liguria, Lombardia ed Emilia Romagna, hanno affievolito il loro CS. Appare quindi che alcune aree, un tempo “prospere” di CS, stiano perdendo tale risorsa. L’aspetto però che deve far riflettere, osservando la classificazione finale, è che l’incremento di CS avviene per variazioni minori rispetto invece alla trasformazione in negativo, di fatto, le regioni che scendono nella classifica lo fanno perdendo maggiori posizioni se confrontate con le altre. In sostanza, si potrebbe dire che appare più semplice e veloce impoverirsi di CS piuttosto che arricchirsi.

Un altro dato da non trascurare, riguarda i casi che sono all’estremità della “graduatoria”, in altre parole la distanza tra il valore più elevato e quello più basso dell’indice DP2. La differenza tra questi due valori è maggiore nel 2013 rispetto al 2003, segno che nel corso degli anni il divario tra le regioni con più CS si è allargato rispetto a quelle carenti. Pertanto, se le regioni storicamente “povere” di CS sembrano accrescere il loro CS, è da tenere presente che si sta anche ampliando la disparità tra chi ha più CS e chi ne ha di meno, aspetto che può generare altre disuguaglianze a livello territoriale.

La distribuzione a livello regionale di CS richiede pertanto di essere costantemente monitorata e approfondita impiegando anche altri strumenti di ricerca.

Marco Carradore, Università degli Studi di Verona

 

Riferimenti bibliografici

Andriani L., Christoforou A. (2016), Social Capital: A Roadmap of Theoretical and Empirical Contributions and Limitations, Journal of Economic Issues, L(1): 4-22.

Baldi B. (2006), Regioni e federalismo. L’Italia e l’Europa, Bologna: Clueb.

Banfield E. C. (1961), Le basi morali di una comunità arretrata, Bologna: il Mulino.

Bagnasco A. (1977), Tre Italie. La problematica territoriale dello sviluppo italiano, Bologna: il Mulino.

Bourdieu P. (1986), The forms of capital, in Richardson J.G. (ed.), Handbook of theory and research for the sociology of education, New York: Greenwood Press, 241-258.

Carradore M. (2018a), A Synthetic Indicator to Measure Social Capital in the Different Italian Regions: a Before and After Comparison of the Economic Crisis, Athens Journal of Social Sciences, 5, 3: 313-334.

Carradore M. (2018b), A Synthetic Indicator Method Applied to Putnam’s Social Capital Indicators: The Case of Italy, Italian Sociological Review, 8, 3: 397-421.

Coleman J.S. (1990), Foundations of Social Theory, Cambridge: The Belknap Press of Harvard University Press.

Manza J. (2006), Social Capital, in The Cambridge Dictionary of Sociology, in Turner B. (ed.), New York: Cambridge University Press, 557-559.

Putnam R. (1993), La tradizione civica nelle regioni italiane, Milano: Mondadori.

Somarriba N., Pena B. (2009) Synthetic Indicators of Quality of Life in Europe, Social Indicators Research, 94: 115-133.

Zarzosa P., Somarriba N. (2013), An Assessment of Social Welfare in Spain: Territorial Analysis Using a Synthetic Welfare Indicator, Social Indicator Research, 111: 1-23.

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