La disabilità in Italia tra Nord e Sud: alcune osservazioni

di: Massimo Castellano

EyesReg, Vol.7, N.5, Settembre 2017

 

L’Unione Europea (UE) ha iniziato a occuparsi di disabilità a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, anche se in un primo momento l’azione comunitaria si presentava come marginale e aveva luogo principalmente mediante strumenti non vincolanti o finalizzati allo scambio di informazioni tra Stati membri, in quanto i diritti delle persone con disabilità erano estranei al contesto normativo europeo e i trattati allora vigenti non contenevano alcuna menzione della disabilità.

Il 1996, con l’approvazione della Strategia della Comunità europea nei confronti dei disabili, segna la prima vera svolta nell’azione europea. Tale Strategia, pur essendo un documento non vincolante, rappresenta il primo riconoscimento della disabilità come ambito della policy europea e la prima vera affermazione della necessità di tutelare i diritti delle persone con disabilità tramite una serie di azioni integrate e coordinate tra loro. Nel 1999, con l’entrata in vigore del Trattato di Amsterdam le politiche europee hanno assunto maggiore incisività in quanto l’allora Comunità acquisisce il potere di adottare misure volte a combattere le discriminazioni inter alia sulla base della disabilità.

Il 13 dicembre 2006 l’Assemblea generale dell’ONU ha adottato la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità che riconduce la condizione di disabilità all’esistenza di barriere ambientali e sociali e impone agli Stati membri di eliminare tali ostacoli. Dignità, autonomia individuale, eguaglianza, accessibilità, inclusione nella società e accettazione della disabilità come parte della diversità umana sono i principi-cardine attorno a cui ruota il testo convenzionale che rilegge i classici diritti umani alla luce della disabilità.

Quasi contemporaneamente alla ratifica della Convenzione ONU, è stata adottata dalla Commissione la Strategia europea sulla disabilità 2010-2020. Il documento si ricollega alla precedente Strategia del 1996 ponendosi in netta continuità concettuale con quest’ultima, in quanto mira a mettere le persone con disabilità in condizione di esercitare tutti i loro diritti e di beneficiare di una piena partecipazione alla società e all’economia europea.

Conformemente alla Convenzione dell’ONU, per persone con disabilità si intendono coloro che presentano durature menomazioni fisiche, mentali, intellettuali o sensoriali che in interazione con barriere di diversa natura possono ostacolare la loro piena ed effettiva partecipazione nella società su una base di uguaglianza con gli altri. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la salute è uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia, essa viene considerata un diritto e come tale da porre alla base di tutti gli altri diritti fondamentali che spettano alle persone. Secondo questo principio gli Stati non debbono limitarsi alla sola gestione dei rispettivi sistemi sanitari, ma dovrebbero farsi carico di individuare e cercare di modificare quei fattori che influiscono negativamente sulla salute collettiva, promuovendo al contempo quelli favorevoli. La salute, quindi, può essere definita come una risorsa di vita quotidiana che consente alle persone di condurre una vita produttiva a livello individuale, sociale ed economico. Al fine di dare un impulso significativo al raggiungimento di questo obiettivo, l’OMS ha cercato di rendere operative, a partire dagli anni Ottanta, due strategie denominate “promozione della salute” e “strategia della salute per tutti”, ciò, soprattutto, nella consapevolezza che la salute è il risultato di una serie di determinanti di tipo sociale, ambientale, economico e genetico e non il semplice prodotto di una organizzazione sanitaria.

Il presente contributo, prendendo l’avvio dal Rapporto Osservasalute del 2016 dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, affronta il problema della disabilità in ambito territoriale e descrive gli aspetti essenziali della salute delle persone disabili attraverso alcuni indicatori al fine di effettuare un confronto fra le regioni del meridione e quelle del Centro-Nord.

 

Il problema della disabilità in Italia: un’analisi territoriale

Per l’individuazione della popolazione con disabilità, l’ISTAT ha inserito in alcune indagini sociali un unico quesito predisposto in collaborazione con la banca dati Eurostat nell’ambito delle statistiche europee sulla disabilità e nel quadro del progetto European Disability Measurement Project. Il quesito Global Activities Limitations Indicator, rileva le persone che, a causa di problemi di salute, dichiarano di avere delle limitazioni, gravi e non gravi e che durano da almeno 6 mesi nelle attività che le persone abitualmente svolgono. Per questo motivo, di seguito, ci si riferirà alle persone con limitazioni nelle attività quotidiane intendendo le persone con disabilità.

Un primo indicatore riguarda la percezione dello stato di salute delle persone con limitazioni nelle attività quotidiane che vivono in famiglia e che dichiarano di stare male o molto male. Nell’analisi di questo indicatore è importante tener presente che esso risente delle differenti aspettative, correlate con le caratteristiche sociali, demografiche e culturali, dei singoli individui rispetto allo stato di salute ottimale.

L’analisi territoriale evidenzia, per tali persone una migliore percezione dello stato di salute nelle PA di Bolzano e Trento (rispettivamente, con il 14,7% e 16,4%), mentre una peggiore percezione in Sardegna (34.9%), Calabria (33.5%), Sicilia (33.3%) e Puglia (31,4%). L’osservazione dei quozienti standardizzati permette di analizzare la percezione dello stato di salute nelle singole regioni eliminando le differenze dovute ad una diversa struttura per età. Essi confermano quanto evidenziato nell’analisi precedente con le regioni del Sud dove si ha una peggiore percezione dello stato di salute da parte delle persone con limitazioni nelle attività quotidiane, soprattutto nelle regioni della Puglia (21.7%), Sicilia (23.7%), Calabria (23.7%) e Sardegna 25.6%) i cui valori risultano nettamente superiori al valore nazionale (18.0%), mentre nelle due provincie di Bolzano e Trento si continua ad avere una migliore percezione dello stato di salute (rispettivamente, 12.0% e 11.4%).

La salute percepita è frutto della sintesi di molte componenti rilevanti della propria vita, dove oltre le condizioni oggettive di salute e la presenza di limitazioni nelle attività quotidiane o di malattie croniche, esistono anche le condizioni socio-economiche e la perdita di ruolo sociale dovuta allo stato emotivo e all’avanzamento dell’età. Verosimilmente, con i quozienti standardizzati si arriva a cogliere proprio le differenze regionali nelle condizioni sociali ed economiche. Va considerato, inoltre, che la salute percepita è da ritenersi un valido indicatore sia ai fini della valutazione delle condizioni di salute stessa che dei bisogni assistenziali ad essa collegati.

Un secondo indicatore da considerare riguarda le persone con limitazioni nelle attività quotidiane che vivono in famiglia e che hanno una o più malattie croniche, il cui utilizzo fornisce una indicazione sintetica sui bisogni potenziali di salute di tale quota di popolazione. In tale ambito, l’analisi regionale ha nuovamente evidenziato un divario territoriale fra Nord e Sud con le regioni meridionali che presentano le più alte percentuali di persone con limitazioni nelle attività quotidiane con tre o più malattie croniche, quali la Sicilia (46.5%), la Calabria (44.3%), la Sardegna (43.0%), la Campania (42.8%) e la Puglia (41.6%) mentre le provincie di Bolzano e Trento presentano le percentuali più basse (rispettivamente, 20,4% e 27,3%).

La distribuzione per classe di età e macroaree evidenzia, per le persone fino ai 64 anni di età la presenza di una sola o di nessuna malattia cronica in prevalenza nelle aree del Nord e del Centro, mentre per le persone di 65 anni ed oltre, si registrano prevalenze maggiori di tre o più malattie croniche nell’area del Sud e delle Isole (59.5%) rispetto a quella del Nord (48.4%).

L’indicatore relativo alla rinunce a spese per malattie a causa di motivi economici descrive una situazione di difficoltà generale nell’affrontare spese mediche a causa di ristrettezze economiche. In ambito territoriale si conferma il divario Nord-Sud, con le regioni meridionali, ad eccezione del Molise e della Basilicata, che mostrano una quota superiore al dato nazionale, pari al 20.7%, di persone con limitazioni nelle attività quotidiane che dichiarano di non avere risorse economiche per affrontare tutte le spese sanitarie di cui avrebbero bisogno. In tale ambito si riscontrano situazioni estreme come la Puglia (41.6%) e la Campania (36.5%).

Per quanto riguarda le diseguaglianze in ambito regionale riguardo le spese  mediche, in particolare l’accesso a visite mediche specialistiche o a trattamenti terapeutici l’indicatore conferma una situazione di difficoltà delle famiglie con persone con limitazioni nelle attività quotidiane nell’accesso a prestazioni sanitarie a causa di difficoltà economica. La maggioranza delle prestazioni sanitarie sono garantite dai Livelli Essenziali di Assistenza, per cui la rinuncia a questo tipo di prestazioni per motivi economici descrive un mancato accesso alle cure che non può prescindere dall’efficienza e dalle tutele per le persone fragili previste dal Servizio Sanitario Nazionale e dai Servizi Sanitari Regionali.

Volendo escludere problemi di barriere architettoniche per l’accesso ai luoghi di cura o non ritenendoli la causa principale, il problema della rinuncia alle cure tra le persone con disabilità si rivela di importanti dimensioni, specie al Meridione dove, ad eccezione del Molise e della Basilicata, l’indicatore mostra una quota superiore al 15% (14% a livello nazionale) di persone con limitazioni nelle attività quotidiane che dichiarano di aver dovuto rinunciare alle visite mediche, con situazioni estreme in Puglia (30.4%), Calabria (22.2%) e Sicilia (18.5%). Tali differenze non sono direttamente imputabili a differenze di reddito, che non sono così ampie, ma alla limitata capacità delle famiglie con persone con limitazioni nelle attività quotidiane di convertire il reddito in soddisfazione dei proprio bisogni.

 

Conclusioni

In linea con la strategia europea sulla disabilità 2010-2020 si può affermare che occorre favorire un accesso equo delle persone con disabilità ai servizi sanitari e alle relative strutture. Le persone con disabilità, infatti, possono avere un accesso limitato ai servizi sanitari, tra cui i trattamenti medici ordinari, e possono essere vittime di disuguaglianze in materia di sanità in relazione alla loro disabilità. Esse hanno diritto a un accesso equo ai servizi sanitari, tra cui le cure preventive, a servizi sanitari e rieducativi di qualità e ad un prezzo accessibile che tengano conto dei loro bisogni, compresi quelli legati al genere.

Questo compito spetta principalmente agli Stati membri, che hanno la responsabilità di organizzare e fornire i servizi sanitari e le cure mediche. L’UE sosterrà le politiche a favore di un accesso equo alle cure, compresi i servizi sanitari e rieducativi di qualità destinati ai disabili. Essa esaminerà in particolare la situazione delle persone con disabilità nell’attuazione delle politiche finalizzate a combattere le disuguaglianze in materia di sanità; favorirà le azioni nel campo della salute e della sicurezza sul lavoro per ridurre il rischio di sviluppare disabilità nel corso della vita professionale e per migliorare il reinserimento dei lavoratori disabili e contribuirà alla prevenzione di tali rischi. Sosterrà, inoltre, le misure nazionali volte a fornire servizi e strutture sanitarie accessibili e non discriminatori, a sensibilizzare alla disabilità le facoltà di medicina e gli istituti di formazione professionale in ambito sanitario, a fornire adeguati servizi di riabilitazione, a sostenere i servizi di salute mentale e lo sviluppo di servizi di intervento anticipato e di valutazione dei bisogni.

La strategia europea mette, quindi, in movimento una procedura destinata a rinforzare la posizione delle persone con disabilità così che esse possano partecipare pienamente alla società su una base di uguaglianza con gli altri e, tenuto conto dell’invecchiamento demografico in Europa e soprattutto in Italia, queste azioni avranno un impatto concreto sulla qualità della vita di una parte sempre più importante della popolazione. A fronte di questa dinamica, in definitiva, si auspica il passaggio da una logica di tipo “prestazionale” ad una logica di “presa in carico” dell’individuo, in una prospettiva in cui sarà decisivo il ruolo dell’assistenza territoriale, da attuare attraverso l’implementazione di un efficace sistema basato sull’Assistenza Primaria.

Massimo Castellano, Università di Palermo – DSEAS

 

Riferimenti bibliografici

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