Carlo Donolo: un ricercatore per il buon governo

di: Giuseppe Dematteis

EyesReg, Vol.7, N.6, Novembre 2017

 

 

Carlo Donolo, già professore ordinario di Sociologia Economica all’Università di Roma La Sapienza, ci lascia l’eredità scientifica di una vita di lavoro sul fronte della ricerca sociologica al confine con le scienze giuridiche, politiche ed economiche, che l’ha visto impegnato su temi come i movimenti sociali, la questione meridionale, i sistemi politici, il ruolo del sindacato, il governo delle città, le politiche pubbliche con particolare riguardo all’innovazione, ai beni comuni, allo sviluppo sostenibile e alla costruzione della società della conoscenza. L’originalità dei suoi contributi si deve, oltre che a una grande curiosità scientifica, anche ad esperienze dirette derivanti dal suo impegno civile e a una approfondita preparazione teorico-metodologica nella teoria critica di matrice francofortese e nell’analisi dei sistemi complessi. Le cose da dire sarebbero molte, ma quello che mi preme è ricordare il valore scientifico e civile del suo metodo di lavoro e lo farò qui riferendomi alle due tematiche attraverso cui si è maggiormente sviluppato il nostro rapporto di collaborazione e di scambio intellettuale: il governo delle città e lo sviluppo locale, quest’ultimo relativamente ad alcuni temi cruciali: la differenza tra sviluppo e crescita, il significato e il ruolo imprescindibile del territorio e dei luoghi, e, per quanto riguarda le politiche, l’ermeneutica territoriale e il “territorio capace”.

 

Sul governo delle città: una lezione di realismo analitico-metodologico.

Donolo ha trattato il problema del governo urbano in modo sistematico nel suo contributo alla Commissione sul governo delle città del Consiglio Italiano per le scienze sociali, a cui partecipò attivamente negli anni 2008-‘11(Donolo, 2011a). Ma il problema urbano è presente in vari altri suoi scritti, in quanto, per usare le sue parole: “nella città, meglio nell’urbano, si riassume tutto il sistema-paese” (ibidem, p. 206) e ancora: “gran parte dei problemi urgenti e acuti, ma anche cronici e difficili, del nostro Paese sono questioni urbane” (Donolo, 2016, p. 9).

Il suo approccio è basato sulla convinzione che “il governo possibile della città deve avere una relazione intrinseca con la natura dei processi urbani” (Donolo, 2011a, p. 185, corsivo suo). Non lo interessavano ricette generali astratte, ma la ricerca pragmatica delle forme di un “governo possibile” che deve tener conto di “processi caotici, di strutture ordinate e di configurazioni riconoscibili” (ibidem, p. 188-189).Per lui l’“ordine possibile” è una miscela variabile e instabile di ordine spontaneo e di governo deliberato. Il primo deriva da “forze quasi-naturali”, che ci obbligano a considerare la città come seconda natura. Questo ordine quasi-naturale è un limite, su cui lavorare, e nello stesso tempo è un monito alle velleità dei pianificatori e al semplicismo dei riduttori della complessità, mentre è essenziale per “il calcolo razionale della progettazione, che valorizza la conoscenza e la competenza tecnico-scientifica”. Infatti “contrariamente agli assunti normativi, il governo politico della città è solo una parte della governance e questa a sua volta è solo una parte dei processi che producono effetti di governo: {Effetti di governo > Governance > Governo politico-amministrativo}”. E aggiunge: “Gli altri fattori e componenti che devono essere evocati per completare il quadro sono: (a) l’autoorganizzazione propria di sistemi complessi, (b) l’ordine “spontaneo” del mercato, (c) il sistema delle imprese, e (d) la componente quasi-naturale della città costruita. A parte va poi considerato il ruolo “autonomo” della cultura civica, in quanto eccedente il processo politico-amministrativo che pure alimenta” (ibidem). Infine in fatto che “il conflitto urbano fa parte a pieno titolo del processo di governance, ma deve restare imprevedibile e irriducibile come energia d’innovazione” (Donolo, 2011a, p. 185). Ne consegue che il governo possibile è un tipico “governo debole”, che “adotta – sempre per necessità e per virtù – una prospettiva strategica, la sola praticabile nelle interazioni di rete, capace di apprendimento, di autocorrezione e di sfida ai limiti costitutivi della politica, del mercato e della burocrazia” (ibidem).

 

Sullo sviluppo locale: sviluppo /crescita.

Per Donolo lo sviluppo è “il processo di aumento delle dotazioni in termini di beni pubblici e comuni, di crescita dell’enciclopedia dei diritti soddisfacibili e infine delle capacità degli attori individuali e collettivi” (Donolo, 2007, p. 4).

E poi ancora, citando Amartya Sen, è ciò che permette la crescita delle libertà positive ed è un processo multidimensionale. Perciò non è riducibile alla crescita economica, soprattutto perché “la domanda collettiva è di sviluppo non di crescita” (ibidem, p. 20). Va notato che egli non nega l’importanza della crescita economica, ma mette in evidenza che la sola crescita (senza sviluppo) ha costi in aumento ed è concepibile solo sotto limiti e vincoli. In particolare: “abbiamo urgente bisogno di ricollocare la crescita all’interno di un modello di sviluppo sostenibile o non ne usciamo” (ibidem, p. 19). Nel pensiero di Carlo Donolo – che tra l’altro fu co-fondatore della Fondazione Sviluppo Sostenibile Italia – la sostenibilità occupa un posto centrale (si veda in particolare Donolo, 2005). Essa è multidimensionale e va declinata nelle sue varie forme: ambientale, sociale e cognitiva. Infine, oltre che sostenibile, lo sviluppo deve essere integrato e coeso, cioè sociale, a partire dal territorio e dal locale, che perciò sono concetti costitutivi di una teoria dello sviluppo fondata sull’osservazione dei fatti.

 

Territorio, luogo, locale.

Quello di territorio è per Donolo un concetto essenzialmente operativo, in quanto“ parliamo di territorio per trattare di radicamenti locali dello sviluppo” (Donolo, 2007, p. 39). La sua natura è processuale e multilivello. Di conseguenza, non può solo essere pensato come contenitore, supporto, stock di beni materiali e immateriali per la crescita. È qualcosa di attivo e reattivo: luogo dello sviluppo, contesto multidimensionale, ecosistema, bene comune. È una realtà complessa e molteplice, non semplificabile, difficilmente governabile in quanto è fragile, sovrautilizzato, a rischio, diversificato e diviso, arena di conflitti rivelatori (ibidem, p. 40-43). Altrettanto preciso è per lui il significato di “locale”. Con questo termine non s’intende solo il luogo periferico dove piccolo è bello, soprattutto perché “lo sviluppo locale non è tutto e solo locale” (ibidem, p. 68). “Per lo sviluppo il livello locale è il laboratorio ideale di integrazione, sostenibilità e coesione”, perché si intreccia con il sociale alla scala appropriata per uno sviluppo centrato sui beni pubblici e comuni, per le strategie d’integrazione. È “luogo per la coabitazione e la miscela di tutte le risorse”. È il meditatore” tra la valorizzazione sostenibile del patrimonio e dei beni immateriali e il governo dei processi in termini di cura delle esternalità positive e negative” (ibidem, pp. 11-12).

 

Politiche, strategie e pratiche di sviluppo locale.

Nel saggio Italia sperduta (Donolo, 2011a) le chiavi per uscire dal declino sono indicate in varie forme di sviluppo sostenibile. Un ruolo fondamentale è giocato dallo sviluppo locale, un tema a cui Donolo aveva già dedicato tre libri (2003, 2005 e 2007), l’ultimo dei quali compendia il suo pensiero in materia che è ancora molto attuale. La sua analisi parte dalla constatazione che dopo la crescita fordista la società italiana ha come ricchezza il patrimonio dei beni ambientali e culturali, il capitale sociale e il capitale umano, mentre ha come prospettiva la società e dell’economia della conoscenza, con l’obiettivo di mirare ai vantaggi competitivi basati sulla qualità del processo e del prodotto. Il che significa anzitutto qualità sociale e ambientale e institutional building, cioè in definitiva sviluppo sostenibile. In questo rinnovato contesto “la crescita economica va orientata strategicamente ai parametri della qualità” (Donolo, 2007, p. 13). Come? La sua risposta si basa su tre argomenti principali.

Primo: occorrono politiche che partano dalle capacità dei territori e tendano a sostenerle e ad accrescerle. Una capacità che va intesa come processo alla base del quale c’è la riflessività: “idea forza per indicare la compenetrazione di pratiche, processi e politiche che sono sia sostenibili che capacitanti”. Il quinto capitolo del già citato Sostenere lo sviluppo s’intitola infatti “Verso territori capaci”. Il fattore decisivo è il capitale sociale come “gomitolo di potenziali di sviluppo” da cui dipendono capacità, gradi di autonomia, processi di auto-organizzazione (Donolo, 2007, pp. 119-20).

Secondo: occorre praticare un agire strategico basato su interattività, comunicazione, scambio, flessibilità. Esso permette di “incorporare la complessità nelle politiche pubbliche” (ibidem, p. 151), dunque anche qui si tratta di un “governo debole”, che mira a uno sviluppo territoriale basato su progetti complessi, nella loro essenza strategici, perché “un progetto è complesso quando sollecita l’intelligenza strategica degli attori” e quando permette di incanalare i giochi strategici particolaristici verso un agire di scopo condiviso (ibidem, p. 153). Questo approccio è una critica implicita delle politiche di sviluppo locale top-down e del loro carattere autoritativo. Esso esclude che una conoscenza esperta esterna e delle regole istituzionali sovra-ordinate possano sostituirsi alle alternative offerte dalle capacità locali basate sulla la componente normativa dei saperi in uso, spesso implicita, ma non per questo ininfluente, in quanto riflette vocazioni, esigenze e domande dalla popolazione. Ora queste sono tutte conoscenze che emergono nel processo, per cui occorre mettere da parte l’illusione tecnocratica che sia “necessario sapere bene tutto prima di cominciare” (ibidem, p. 104), occorre invece praticare una ”ermeneutica del territorio” che valorizza i saperi, la varietà e le differenze (ibidem, p. 69).

Il terzo e ultimo punto che va sottolineato è che lo sviluppo si ottiene rendendo evidenti e articolati i conflitti (anche quelli latenti) in modo da imparare da essi e cercare così di governarli. I “conflitti sul territorio” (Donolo, 2007, pp. 57-66) rivelano la struttura e la convergenza delle preferenze e permettono di individuare gli attori “che si definiscono e in parte si costituiscono nel conflitto” (p. 62). Essi si governano attraverso specifiche istituzioni: arene, regole del gioco, ricorso ad autorità indipendenti e a mediatori, ricerca di visioni condivise, integrate e prospettiche in sostituzione di quelle distorte e disinformate generatrici del conflitto.

 

Conclusioni

La pur limitata rassegna del pensiero di Carlo Donolo sin qui condotta mostra l’importanza e l’attualità di quella che lui dichiara essere una “opzione metodologica e normativa centrale”: le norme, i piani, le politiche devono corrispondere ai processi evolutivi della società, dell’economia, del territorio, delle città. Per usare le sue parole: “i processi di governo possibile e desiderabile devono essere ricavati induttivamente dai caratteri dei processi urbani” (2011b, p. 175). “Le soluzioni specificamente istituzionali dovranno percorrere questo processo induttivo (…), partendo dalle culture di governo e dalla natura delle classi dirigenti, non dai modelli istituzionali, mettendo a punto media di governo ora non disponibili” (ibidem, p. 187). Di qui, ad esempio, la sua critica del quadro di riassetto istituzionale entro cui sono state istituite le città metropolitane, il quale “sembra pensato comunque a prescindere dalla natura dei problemi di governo della città” (ibidem, p. 196). “Complessità” diventa così la parola chiave di tutta la sua opera di studioso, un concetto che egli sa rendere operativo, applicandone i presupposti teorici (ordine dal caos, auto –organizzazione, emergenza ecc.) alla soluzione dei problemi. Così si può dire che egli riscatti, riproponendolo in chiave nuova, il principio del “conoscere per governare” e con esso la funzione dello studioso, al tempo stesso critica e propositiva. È questo il compito che Carlo Donolo ha saputo praticare con senso di responsabilità attraverso il suo realismo analitico. Quello che gli suggerisce ad esempio questa osservazione apparentemente ovvia: “in fondo la domanda di un buon governo integrato e sostenibile non c’è, o è del tutto minoritaria e di ciò si avvantaggia il governo spartitorio e corporativo” (ibidem, p. 204). Quanti di noi si sono posti seriamente questo problema? Qual è stato il nostro contributo di studiosi e di intellettuali alla formazione di una domanda consapevole di buon governo? Chiudo con questo richiamo alla nostra responsabilità il mio breve omaggio a un collega e amico, intelligente, generoso, affabile, capace di farci vedere il mondo e i suoi problemi con occhi nuovi.

Giuseppe Dematteis, Dislivelli

 

Riferimenti bibliografici

Donolo C.(2003), Il distretto sostenibile, Milano: Franco Angeli-Eutropia.

Donolo C. (2005), Manuale operativo per l’integrazione delle politiche sociali locali. Roma: La Sapienza University Press.

Donolo C. (2007), Sostenere lo sviluppo. Ragioni e speranze oltre la crescita, Milano: B. Mondadori.

Donolo C. (2011a), Italia sperduta – La sindrome del declino e le chiavi per uscirne. Roma: Donzelli.

Donolo C. (2011b), “Sul governo possibile delle città”. In G. Dematteis (a cura di), Le grandi città italiane. Società e territori da ricomporre. Roma: Marsilio, pp. 175-206.

Donolo C. (2016), Sbilanciamo le città. Come cambiare le politiche locali. Roma: Lunaria.

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