Giornale on-line dell'AISRe (Associazione Italiana Scienze Regionali) - ISSN:2239-3110
 

Capitale umano, università e sviluppo regionale (1)

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Questo articolo è tratto dall’ intervento dell’autrice alla sessione plenaria dei Rettori delle Università meridionali “Capitale umano, sistema universitario e sviluppo regionale”, tenutasi il 14 Settembre 2015 a Rende (CS), in occasione dell’ultima Conferenza Scientifica dell’AISRe. Considerata la rilevanza e l’attualità degli argomenti trattati, la Redazione ha ritenuto utile pubblicarlo e condividerlo con i lettori di EyesReg.

 

di: Aurelia Sole

EyesReg, Vol.6, N.2, Marzo 2016

 

Lo sviluppo e la valorizzazione del sistema universitario a livello territoriale e internazionale, e la promozione dell’innovazione, dell’alta formazione e della ricerca, dovrebbero essere gli obiettivi prioritari del governo nazionale e locale.

Contro l’università italiana, negli ultimi anni è stata svolta una sistematica campagna mediatica, che è servita a giustificare, direi quasi e legittimare, i tagli indiscriminati operati a partire dal 2009.

Oggi il nostro è il Paese che investe meno di tutti gli altri paesi europei in formazione e ricerca. La conseguenza, confermata dai dati degli osservatori Svimez, OCSE e in particolare dalle analisi Education at glance, è che l’Italia è un paese con livelli medi di istruzione significativamente inferiori agli altri grandi partner europei.

Nella campagna mediatica si raccontano i mali più eclatanti del sistema universitario: troppi docenti, troppi corsi di studio, laureati inutili, spesa per l’istruzione troppo alta, ma non si ricordano mai i vincoli strutturali imposti dal sistema di leggi che, in questo periodo, regolano la pubblica amministrazione e l’università. Raramente ho letto sui giornali una qualche analisi contestualizzata e che, soprattutto, mettesse in relazione finanziamenti e rendimento, investimenti e risultati!

Insomma, molti luoghi comuni.

Si confonde colpevolmente la causa con l’effetto. La causa sono i tagli, l’effetto sono le disfunzioni. Invece sono raccontate le disfunzioni per giustificare i tagli.

Potremmo tranquillamente rovesciare il ragionamento: dati gli investimenti e i mezzi di cui dispone, il sistema universitario italiano, soprattutto quello del Sud, fa miracoli.

Nel grafico che segue è riportato l’andamento nel tempo della riduzione del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) agli Atenei, ed è da dire che i maggiori tagli si sono concentrati soprattutto al Sud. Naturalmente lo squilibrio economico tra Nord e Sud, creatosi all’interno del sistema universitario nazionale, ne condiziona la qualità, l’efficacia e l’efficienza complessiva mettendo in evidenza un problema di sistema.

FiguraFonte: CUN

 

In questo quadro i problemi relativi al capitale umano sono ben noti ai Rettori delle Università del Sud, che forse si coordinano poco a fronte di un Sistema-Paese che sembra non recepire i segnali inviati. Io posso portare l’esempio del dato della Regione Basilicata che, dal 2004 fino ad oggi, vede un calo complessivo delle iscrizioni degli studenti lucani nelle università italiane pari al 49%.

Contemporaneamente un altro particolare segno della crisi è il piccolo incremento degli iscritti dell’Università della Basilicata che – dopo il calo delle iscrizioni dovuto alla chiusura dei corsi di studio imposta dall’applicazione della legge Gelmini e dall’applicazione dei requisiti minimi – sembra dovuto proprio all’impossibilità per gli studenti di trasferirsi in altre sedi.

Nella nostra Regione diventa problematico l’aumento delle tasse, che molti Atenei hanno praticato per incrementare le entrate e far fronte ai tagli ministeriali. Nell’Ateneo di Basilicata, su una base di circa seimila studenti, quasi 1.000 hanno diritto all’esonero, mentre un altro 43% degli studenti paga fino a un massimo di 400 euro, avendo un ISEE al di sotto dei 15.000 euro annui.

Che lo vogliamo o meno, questi dati mostrano come le Università siano un vero e proprio presidio sociale per le regioni meridionali e per questo è necessario innanzitutto resistere. Resistere ai tagli operati dal governo, che lentamente stanno stremando soprattutto i piccoli Atenei, come documentano il rapporto SVIMEZ e il corposo studio di Gianfranco Viesti per la fondazione RES, solo per restare alla documentazione più recente.

Alle missioni ricerca, didattica e trasferimento tecnologico si somma una “quarta missione”: Università come motore di sviluppo economico dei territori.

E l’Ateneo lucano rappresenta per la Basilicata un fattore essenziale di crescita culturale, di coesione sociale e di sviluppo territoriale.

Un punto di riferimento per le famiglie e per i giovani, dove possono pensare e realizzare un futuro di qualità che, per molti di loro, è bene ricordarlo nuovamente, non sarebbe possibile. E nonostante la situazione socioeconomica della regione, i dati statistici confermano che i nostri laureati trovano lavoro come, e in alcuni casi anche prima, dei laureati in altri Atenei italiani.

Ma Unibas è naturalmente anche un punto di riferimento per tutte le altre le istituzioni territoriali, con le quali collaboriamo su un numero elevatissimo di fronti e con le quali abbiamo rapporti e scambi quotidiani.

La Regione Basilicata ha investito nell’Università: oggi quasi un quarto del nostro FFO è coperto da fondi regionali seppur con grandissimi problemi.

Il finanziamento previsto è di circa dieci milioni di euro all’anno, ma negli anni si sono accumulati crediti con la Regione che ad oggi sommano circa 30 milioni di euro, perché il patto di stabilità limita l’erogazione dei finanziamenti. Inoltre questi fondi arrivano dalle royalties del petrolio lucano, fonte che si sta quasi dimezzando per effetto della caduta del prezzo sul mercato internazionale, e quindi è naturale la nostra preoccupazione in merito ad un accordo che, stipulato fino al 2024, potrebbe vacillare generando un ulteriore condizione di crisi.

Analogamente il patto di stabilità ha vincolato anche i fondi per il diritto allo studio creando difficoltà agli studenti che, se non percepiscono i contributi delle borse di studio, non possono affrontare i normali costi della vita studentesca (affitti, alimentazione, libri ecc.), e quindi a poco a poco abbandonano l’università.

Chi si laurea ha maggiori probabilità di trovare lavoro, anche se i media sostengono che i laureati oggi trovano meno lavoro rispetto a qualche anno fa. Il dato in assoluto è vero, per un effetto derivante dalla crisi, però è anche vero che trovano comunque lavoro più di tutti gli altri.

Le prospettive dei piani nazionali, come ci racconta il Professor Viesti, nell’ambito della strategia Europa 2020 prevedono che, per quanto riguarda l’Italia, la popolazione laureata tra 30 e 34 anni ha come target il 26/27%, mentre a livello europeo è del 40%. Ciò significa che il nostro sistema già si attesta su un target minimo, ovvero su livelli di punteggio bassi.

Esiste poi anche (e ancora) il problema della ridotta mobilità sociale, che può essere in qualche modo arginato dalla laurea. È ben noto che nel meridione meno del 30% degli studenti universitari ha genitori laureati. I dati della Basilicata, ad esempio, dicono che gli studenti con entrambi i genitori laureati sono il 4%, quelli con un solo genitore laureato il 9,7%, con titolo di scuola media superiore il 46%.

In un paese come l’Italia che: ha un sistema produttivo che va ammodernato; non investe in innovazione; ha una pubblica amministrazione, vecchia e spesso poco formata, che necessita di laureati; chi può ragionevolmente sostenere questa necessità di crescita se non l‘Università dove si formano giovani laureati, altamente specializzati, con elevate competenze, dottori di ricerca e dove addirittura si può – autonomamente – creare nuovo lavoro attraverso startup, spin off ecc.?

Sono queste le osservazioni che la Politica dovrebbe ascoltare. L’Italia come paese fondatore dell’Unione Europea deve tornare a essere protagonista anche e soprattutto attraverso il sostegno alla ricerca, all’innovazione e all’alta formazione.

Oggi nuove annunciate riforme spaventano, perché andrebbero costruite attraverso un progetto concreto che assicuri qualità e sostegno adeguato al sistema universitario su tutto il territorio nazionale. L’università non teme di essere valutata, forse è l’unico ente dello stato che da sempre è abituata alla valutazione. Oggi la valutazione dell’Università è effettuata da una agenzia nazionale esterna, l’Anvur. Ma anche il lavoro dell’Anvur è poco chiaro, e la valutazione andrebbe fatta attraverso la definizione di parametri noti ex ante, ed andrebbe premiato il miglioramento continuo. Oggi i parametri sono definiti ex post e condizionano la distribuzione delle quote premiali del FFO. Per quanto riguarda la didattica la gestione dei corsi di studio è molto burocratizzata, e i contenuti si sono molto irrigiditi impedendo di programmare corsi innovativi e interdisciplinari. Il parametro DID, che lega il numero massimo di ore di didattica erogabile al numero di docenti dell’ateneo, ha bloccato e ci ha obbligati a chiudere tanti insegnamenti, abbiamo registrato una cristallizzazione, anziché uno spazio operativo per la libera iniziativa delle università.

Per crescere sono necessari investimenti pubblici e privati e azioni concertate, anche a livello territoriale.

A partire dalle Università bisogna coltivare, costruire e rafforzare dispositivi di collaborazione e cooperazione tra Istituzioni e, specialmente al Sud, l’arma della cooperazione – invece della competizione – può fornire una spinta vincente senza per altro sottrarsi alla valutazione.

Nessuno vuole sottrarsi alla valutazione, ma si devono definire modelli di valutazione più equi, pertinenti, in cui viene premiato anche il processo di crescita, delle persone e degli Atenei, cui si aggiunga un criterio relativo ai contesti in cui le Università operano.

L’applicazione del metodo dei costi standard in alcuni casi è talmente penalizzante che persino una ricerca eccezionale non consentirebbe di recuperare in FFO.

Non è possibile procedere in questo modo, e questo non è solo un problema delle Università del Sud. In questo quadro un ruolo non indifferente può avere l’intensificarsi dei rapporti con le imprese, con le quali è importante alimentare il dialogo, e soprattutto incentivare scambi e sinergie nell’ambito dei dottorati ed in particolare di quelli industriali, favorendo, allo stesso tempo, una semplificazione nell’iter burocratico di collaborazione. Il dottorato ha le sue regole e, d’altro canto, l’industria ne ha di sue ben precise, quindi se nuove devono essere le metodologie da applicare, a queste devono corrispondere modi più snelli di collaborare e di mettere in campo azioni.

Nel nostro Mezzogiorno, dove prevalgono le mini e micro imprese, si potrebbe pensare a sistemi integrati d’impresa – raggruppate per area, per obiettivi o per filiera – che rendano accessibile anche il sistema dei crediti d’imposta.

Un altro problema per il Sud è rappresentato dalla relazione tra investimento e impatto, ovvero tra l’investimento e ciò che di esso rimane al territorio: tanti sono i prototipi implementati, tanti i progetti pilota, ma quanti di essi si trasformano in crescita e sviluppo reale per il territorio? Il problema forse avrebbe una soluzione che è quella di attivare un adeguato sistema di monitoraggio dell’investimento stesso.

La Basilicata in questo momento sta vivendo una fase molto positiva.

Matera capitale europea della cultura del 2019 rappresenta un vero e proprio riscatto per l’intera Regione, che è regione di mezzo, quasi invisibile tra Calabria, Puglia e Campania. In quest’anno, a Matera si è superato il milione di turisti, ma pensiamo che si possa incrementare indefinitamente tale numero? Naturalmente no! Quindi dobbiamo pensare a un modello di sviluppo per l’intero territorio ad una spinta che coinvolga l’intera Regione. L’Università di Basilicata è nella Fondazione che gestirà il progetto Matera 2019 e c’è una discussione molto serrata all’interno del comitato per scegliere e incanalare singoli progetti in un sistema virtuoso, stabile nel tempo, che diventi volano di crescita collettiva. Si lavora per attirare artisti e designer con l’apertura dell’Open Design School e la creazione dell’istituto demo-etno-antropologico, si lavora per recuperare il ruolo delle biblioteche, che hanno problemi grossissimi, sempre in un’ottica di collaborazione tra Istituzioni.

Poi in Basilicata ci sono le risorse naturali: l’acqua in primis, per la quale la Regione ha fatto il primo accordo di programma, con la Puglia, per un suo uso consapevole. E poi c’è il petrolio, che per la Basilicata è sì una risorsa, ma è anche il problema dei problemi visto che si scontra con i principi della sostenibilità ambientale e di difesa della natura.

E ancora in Basilicata c’è la Fiat Chrysler a Melfi, dove operano circa 15.000 addetti compreso l’indotto, che è e sarà sempre gioia e dolore per una Regione dove la crisi o la ripresa del settore hanno conseguenze dirette e immediate sul suo tessuto sociale.

Forse la Basilicata rappresenta, in questo momento, un vero e proprio laboratorio, per noi molto stimolante, in cui sperimentare concretamente un nuovo rapporto tra università, territorio ed istituzioni: cerchiamo di mettere in campo azioni nuove mantenendo al contempo quella direzione culturale che è a fondamento dell’Università, rivendicando sempre il nostro ruolo, ma capace di integrare la cultura scientifica e la ricerca, l’internazionalizzazione con la cultura imprenditoriale per generare occasioni di crescita basate proprio sulla generazione di nuova conoscenza.

Aurelia Sole, Rettrice Università della Basilicata

 

 

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