L’agriturismo per lo sviluppo rurale multi-funzionale: un’analisi a livello regionale

di: Velia Bartoli

EyesReg, Vol.5, N.4, Luglio 2015.
 
Nell’ambito delle politiche comunitarie di sviluppo rurale, tese al miglioramento della competitività delle imprese agricole, un ruolo fondamentale è stato attribuito dall’Unione Europea e dalla legislazione nazionale alle attività complementari, connesse alla tradizionale produzione e offerta di prodotti agricoli, tra le quali si può annoverare l’attività agrituristica. Quest’ultima, creando fonti integrative di reddito, contribuisce alla diversificazione economica del territorio rurale consentendo, nel contempo, di tutelare le produzioni di qualità, di valorizzare le risorse enogastronomiche, nonché di salvaguardare il paesaggio e le costruzioni rurali e monumentali. Il forte aumento della domanda di servizi e di strutture ricettive turistiche nelle aree rurali – che consentano la fruizione, la valorizzazione e la conservazione delle bellezze naturali – ha contribuito a diffondere una maggiore consapevolezza delle opportunità di sviluppo offerte da un uso sostenibile e integrato delle risorse locali. Con il processo di riforma e revisione della politica agricola comunitaria (PAC), all’impresa agricola è stato attribuito un ruolo fondamentale, sia per la salvaguardia dell’ambiente e del patrimonio agreste, che per il miglioramento della competitività nelle zone rurali mediante la diversificazione delle attività svolte con la multifunzionalità.

La legge quadro nazionale (L.Q. 2006) definisce le attività agrituristiche come attività di ricezione e ospitalità esercitate dagli imprenditori agricoli (anche nella forma di società di capitali o di persone, ovvero, in mutua associazione), attraverso l’utilizzazione della propria azienda in rapporto di connessione con le attività di coltivazione del fondo, di silvicoltura e di allevamento di animali. Possono essere addetti allo svolgimento dell’attività agrituristica l’imprenditore agricolo e i suoi familiari, nonché i lavoratori dipendenti a tempo determinato, indeterminato e parziale. L’imprenditore agricolo che intenda dedicarsi all’agriturismo dovrà fare riferimento, oltre che alla legge quadro suddetta, anche alle specifiche leggi regionali.

 

Obiettivi della ricerca

In questo lavoro viene presentata un’analisi della capacità ricettiva delle strutture agrituristiche italiane, esaminando il fenomeno attraverso la costruzione di una serie di indicatori statistici elaborati in relazione alla capacità e al movimento degli esercizi, nonché alla popolazione e alla superficie del territorio in oggetto. Il fenomeno è stato considerato – in corrispondenza agli anni dal 2003 al 2013 – sia su scala nazionale che regionale. Quanto alle statistiche di base, si è fatto ricorso ai dati delle indagini ISTAT riguardanti il “turismo” (ISTAT, 2014), mentre quale popolazione di riferimento si è considerata quella delle rilevazioni ISTAT in materia di “popolazione residente” (ISTAT, 2003-2014).

 

Alcuni indicatori statistici dell’offerta agrituristica

In Italia, secondo i dati recentemente resi noti dall’ISTAT nel corso del censimento annuale sull’agriturismo (ISTAT, 2014) le aziende autorizzate e attive nell’esercizio dell’agriturismo al 31 dicembre 2013 risultano essere pari a 20.897 (Tabella 1) con un incremento di 7.878 unità (+56,8%) rispetto al 2003. In particolare, tenendo conto delle varie tipologie di offerta agrituristica o tipizzazione dell’attività svolta sono stati rilevati forti aumenti sia nelle aziende autorizzate all’alloggio (+58,8%), sia in quelle destinate alla ristorazione (+69,8%), alla degustazione (+47,9%), nonché nelle imprese orientate verso altre attività (+62,7%).

Il fenomeno agrituristico, grazie alla sua capacità di valorizzare buona parte delle risorse endogene delle aziende agricole e dei territori rurali circostanti, rappresenta una soluzione imprenditoriale di successo sia per migliorare e differenziare il reddito aziendale che per proteggere l’ambiente. Le tipiche attività offerte e svolte all’interno di un’azienda agrituristica sono:

– alloggio e ospitalità in stanze ammobiliate, monolocali o aree attrezzate per il campeggio;

– somministrazione di pasti e di bevande costituiti almeno in parte da prodotti di origine aziendale e locale;

– organizzazione di attività ricreative, sportive, culturali e didattiche.

L’attività agrituristica deve essere obbligatoriamente connessa e complementare a quella agricola e assicurare la piena utilizzazione delle risorse aziendali, essendo finalizzata a una migliore commercializzazione dei prodotti (Rami Ceci 2005). Pertanto, il principio della connessione e complementarietà si stabilisce allorché per le attività agrituristiche vengano utilizzate strutture e infrastrutture in dotazione esclusiva dell’azienda agricola: fabbricati rurali e prodotti aziendali (sia per la vendita che per la somministrazione dei pasti), strutture sportive, ricreative e culturali legate all’ambiente agricolo.

 

Tabella 1. Consistenza delle aziende agrituristiche italiane per tipologia di offerta(*) negli anni dal 2003-2013(**)

Tabella 1Fonte: ISTAT; (*) Un’azienda agricola può essere autorizzata all’esercizio di una o più tipologie di attività agrituristiche; (**) Valori riferiti al 31 dicembre

 

Per una più completa comprensione del fenomeno concernente l’agriturismo e delle dinamiche di sfruttamento e sostenibilità ambientale che interessano il territorio italiano, vengono nel seguito riportati i valori di alcuni “indicatori turistici” – differenziati su scala territoriale nelle venti regioni italiane – che pongono in evidenza il rapporto che si genera tra la popolazione residente, il turista insediato, gli arrivi, le presenze nelle strutture turistiche e la superficie dell’area di riferimento.

Nella Tabella 2 figurano le incidenze percentuali – regionali e nazionali – del numero degli agriturismi rispetto a quello degli esercizi alberghieri in totale. L’attività agrituristica italiana, sebbene diffusa su tutto il territorio, è per tradizione maggiormente radicata in Umbria, in Toscana e in Trentino Alto Adige; difatti se a livello nazionale il valore dell’indicatore è del 13,27%, le maggiori percentuali si registrano in Umbria (32,82%), in Toscana (32,48%) e in Trentino Alto Adige (27,73%). Al contrario i valori più contenuti riguardano le regioni del Veneto (2,61%) e della Valle d’Aosta (4,88%).

Il secondo indicatore analizzato è l’indice di densità territoriale, fornito dal rapporto tra numero di aziende agrituristiche autorizzate e la corrispondente superficie territoriale. Anche in questo caso, il Trentino-Alto Adige è la prima regione della classifica con 25,77 strutture ogni 100 km², mentre in seconda posizione troviamo la Toscana (17,87), seguita dall’Umbria (15,12); quarta e distanziata la regione Liguria con 10,46 strutture ogni 100 km². Al fondo della classifica figurano la Basilicata (1,11) e la Valle d’Aosta (1,62).

L’indice di densità demografica riportato successivamente indica il numero di aziende agrituristiche presenti nell’area di riferimento ogni 10.000 abitanti. Il quadro regionale appare molto variegato, essendo sensibilmente marcate le differenze tra una regione e l’altra: le densità più elevate riguardano l’Umbria e soprattutto il Trentino-Alto Adige, con valori dell’indicatore pari rispettivamente a 14,44 e a 33,71; viceversa, si nota come la Campania e la Puglia (nell’ordine 0,79 e 0,87) presentino un tasso nettamente inferiore alla media nazionale, che risulta pari a 3,50.

Il quarto indicatore della Tabella 2 è il cosiddetto indice di ricettività, dato dal rapporto tra il numero di posti letto agrituristici e l’ammontare della popolazione del territorio in esame. Anche in questo caso il Trentino-Alto Adige e l’Umbria, con valori rispettivamente pari a circa 262,22 e 244,82 posti letto ogni 10.000 abitanti, mostrano la ricettività più elevata, circa sette volte superiore alla media nazionale (37,68); così pure la Toscana (meno di quattro volte: 146,35), mentre, al contrario, la Lombardia e la Campania presentano una capacità ricettiva sensibilmente inferiore rispetto a quella dell’Italia in complesso: 12,44 e 6,28, nell’ordine, i valori dell’indicatore.

                   Tabella 2. Indicatori statistici sull’agriturismo nell’anno 2013

Tabella 2               Fonte: ISTAT

 

L’indice di permanenza media, contenuto nelle ultime due colonne della Tabella 2, è fornito dal rapporto tra il numero delle giornate di presenza nelle strutture di agriturismo e quello degli arrivi nelle stesse nel corso dell’anno di riferimento, e dunque esprime la durata media – ovvero il numero medio dei pernottamenti – di ogni singolo soggiorno agrituristico. Si osserva che i valori di tale indicatore tendono a mantenersi piuttosto stabili nel tempo, anche se nel corso degli ultimi anni la durata media in questione è andata alquanto riducendosi, in particolar modo rispetto all’anno 2005 (Casari 2008). Questa dinamica, se in buona misura è riconducibile alla crisi economica e all’aumento generalizzato dei prezzi, è pure attribuibile a una mutata concezione della vacanza in agriturismo: rispetto al passato infatti, il soggiorno nelle aziende agricole non è più esclusivamente legato alla fruizione della “ruralità” delle strutture ricettive, ma spesso è associato ad esempio, alla visita di centri d’interesse storico-artistico, di località balneari, ovvero ad altre attività collaterali (Saxena, Ilbery, 2010). Nel 2013 la durata media della vacanza in agriturismo è risultata di poco inferiore ai 4 giorni per l’insieme dei turisti sia italiani che stranieri, mentre è da rimarcare che di norma questi ultimi tendono a fermarsi per periodi più lunghi: 5,59 giorni contro i 3,38 degli italiani con riguardo all’intero territorio italiano. Quanto alle differenze su scala regionale dell’indicatore in esame, si riscontra che il Trentino-Alto Adige e la Campania si posizionano sensibilmente al di sopra del valore nazionale, e che una situazione non molto dissimile si osserva in relazione alla permanenza media dei soli stranieri, stante che le regioni che presentano valori dell’indice nettamente superiori a quello dell’intera Italia sono la Toscana e il Trentino-Alto Adige, e al contrario le permanenze medie riguardanti il Molise e il Piemonte risultano pari soltanto a circa la metà del valore nazionale.

 

Note conclusive

Nel corso degli ultimi decenni le aree rurali sono state interessate da un rapido processo evolutivo che ha modificato profondamente la loro tradizionale struttura economico-sociale. I principali orientamenti della recente politica europea hanno fatto dello sviluppo rurale il “secondo pilastro” della politica agricola comune che afferma l’importanza del nesso tra agricoltura e territorio e si prefigge tre principali obiettivi: rafforzare i settori agricolo e silvicolo; migliorare la competitività delle zone rurali; tutelare l’ambiente, il paesaggio e il patrimonio rurale dell’Europa.

In effetti, l’espansione dell’attività agrituristica, complementare e alternativa alla tradizionale offerta di prodotti agricoli, è da considerare un indicatore evidente della trasformazione che sta interessando il settore agricolo, costantemente alla ricerca di sistemi diversi d’integrazione del reddito e di miglioramento delle condizioni socio-economiche degli imprenditori agricoli. Questi ultimi risultano sempre più impegnati – nell’ambito del ruolo multifunzionale riconosciuto all’azienda agricola anche dalle politiche comunitarie – a svolgere attività diverse oltre a quelle tradizionalmente legate alla coltivazione di prodotti agricoli: tutela del territorio e dell’ambiente, salvaguardia dei valori rurali e culturali, nonché soddisfacimento, sia pur parziale, di una domanda turistica in continua evoluzione (Maglia 2000).

Dall’insieme degli indicatori qui presentati risulta con immediatezza – sia a livello nazionale che regionale – una rapida crescita dell’offerta agrituristica, anche se questa appare tuttora come fenomeno “di nicchia” nel panorama della ricettività turistica generale. Il successo delle attività legate al turismo rurale, all’agriturismo ed alla produzione e vendita dei prodotti tipici, dipende dalla capacità dell’azienda e dalle attrattive offerte dal territorio. Per tale motivo, da un lato è necessario porre in essere una serie di processi di riorganizzazione finalizzati ad accogliere in maniera efficiente queste nuove o più numerose presenze, dall’altro le aziende agricole dovranno sempre più riconvertire un’attività basata esclusivamente sulla produzione verso una vera e propria attività agricola multifunzionale. Lo svolgimento di queste attività di carattere commerciale richiedono all’azienda nuove professionalità, una specifica formazione della manodopera familiare, il miglioramento delle attrezzature e delle strutture presenti in azienda. Ciò considerando che la multifunzionalità aziendale, per la grande flessibilità d’impiego delle risorse lavorative e la provenienza diversificata del reddito, rappresenta il principale antidoto allo spopolamento dei territori rurali (Sivini, 2013).

Le aree rurali presentano forti potenzialità che però devono essere gestite in maniera integrata e condivisa affinché diventino una occasione reale di crescita socio-economica del territorio (Cannas, 2006). E’ pure da evidenziare come l’offerta italiana di turismo rurale, pur potendo contare su numerose iniziative imprenditoriali di qualità, incontra ancora molte difficoltà nell’organizzare e coordinare la propria attività a livello territoriale.

In definitiva, è certamente auspicabile che, a fronte della sempre maggiore richiesta di attività agrituristiche, e delle mutate attese da parte di consumatori sempre più interessati al miglioramento socio-economico del territorio nel suo complesso e alla sua sostenibilità ambientale, si pervenga a realizzare una ricettività agrituristica integrata e di ottima qualità, capace di rendere massimamente attrattive e competitive le aree rurali all’interno del panorama complessivo dell’offerta turistica italiana e internazionale.

 Velia Bartoli, Università La Sapienza

 

Riferimenti bibliografici

Cannas R. (2006), “ Il turismo sociale: le politiche, gli attori, il mercato”. I Quaderni Scientifici del CTS.

Casari M. (2008), “Turismo e geografia”. Hoepli, Milano.

ISTAT (2014), “Le aziende agrituristiche in Italia al 31 dicembre 2013” – www.istat.it.

ISTAT (2003-2014), “Rapporto annuale”, Roma.

Legge quadro del 20 febbraio 2006, n.96 sulla disciplina dell’agriturismo.

Maglia L. (2000), “ Cresce l’agriturismo e la qualità dell’offerta”. L’informatore agrario n.9.

Rami Ceci L. (2005),“ Turismo e sostenibilità. Risorse locali e promozione turistica come valore, Armando Editore.

Saxena G., Ilbery B. (2010), “Developing integrated rural tourism: Actor practices in the English/Welsh border”, Journal of Rural Studies, n. 26.

Sivini S. (2013). Il comparto agrituristico italiano: un’analisi. Agriregionieuropa n. 32.

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