Giornale on-line dell'AISRe (Associazione Italiana Scienze Regionali) - ISSN:2239-3110
 

Come (ri)pensare la smart city

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EyesReg, Vol.2, N.6 –  Sotto la decisiva spinta dell’Unione europea (Ue), i discorsi istituzionali sulla città sembrano progressivamente indicare l’orizzonte della “smart city” come la traiettoria di sviluppo più efficace per la sostenibilità. Nonostante la “smart city” poggi sul doppio pilastro della tecnologia dell’informazione e della comunicazione (ICT) da un lato e sul capitale umano, sociale e relazionale dall’altro , i cataloghi delle esperienze urbane “intelligenti” – ne è un esempio il lavoro curato da Cittalia (2011) – illustrano innanzi tutto che è sul primo pilastro che si sta investendo maggiormente, come evidenziato da Caragliu, Del Bo e Nijkamp (2009).
Per inquadrare tale questione, il contributo è articolato in tre parti: la prima ricostruisce l’apparato concettuale relativo alla smartness come è stato elaborato nell’ambito di tre diversi contesti: della comunità scientifica internazionale, delle istituzioni europee e delle grandi imprese multinazionali; la seconda parte evidenzia alcune ambiguità del concetto; la terza parte suggerisce possibili spunti di riflessione utili a indagare e, conseguentemente, governare “l’opzione smart” da un punto di vista non solo tecnologico-ingegneristico ma anche umano-sociale.

 

Le diverse declinazioni del concetto di smartness

Per evidenziare l’impossibilità di pervenire a un’unica definizione del concetto di “smart city”, ne è illustrata l’articolazione nell’ambito dei domini della ricerca, delle istituzioni europee e, infine, delle grandi imprese multinazionali.
Per il Massachusset Institute of Technology (MIT) di Boston, smart city è fondamentalmente un orizzonte dato, verso cui muoversi attraverso l’innovazione tecnologica e il design in alcune specifiche aree d’intervento (mobilità, spazi pubblici, prototipi) e, più in particolare, nella realizzazione di specifici prodotti (city car, scooter, ruote, infissi, componenti meccaniche ed elettroniche ecc.). La comunità scientifica europea si apre al tema della smart city grazie a una ricerca realizzata nel 2007 dal Politecnico di Vienna, il Politecnico di Delft e l’Università di Lubiana. Il lavoro si proponeva di elaborare una nuova strategia di sviluppo per le città di media dimensione che devono fronteggiare la competitività globale. Rispetto all’approccio del MIT, nell’accezione europea si può notare una maggiore attenzione agli aspetti legati alla qualità della vita (housing, cultura, condizioni sociali e ambientali ecc.) che però rimangono poco approfonditi e per certi versi ambigui. Inoltre, assume più che altro la forma di un nuovo (l’ennesimo?) esercizio di elaborazione di un sistema di indicatori.
Nel contesto delle istituzioni europee, il concetto si lega invece alla lotta all’inquinamento e, più in generale, alla strategia Europa 2020. In seguito alla sopracitata ricerca, si diffonde in Europa un grande interesse verso i temi della smartness tanto da indurre l’Ue a prendere parte al dibattito e, conseguentemente, a incardinarne il suo impianto programmatorio e finanziario. La tendenza dell’Ue a declinare i temi della smartness soprattutto in chiave ambientale ed energetica è confermata dal fatto che i “contenitori” principali in cui è stata fatta confluire questa strategia di crescita sono il Piano Strategico per le Tecnologie Energetiche del 2007 (Commissione Europea, 2007) e la conseguente Technology Road Map (Commissione Europea, 2009), dove il riferimento alla smart city diventa esplicito, come testimoniato dalla quota di budget dedicata a questo asse.
L’ultimo dominio da considerare è quello delle grandi multinazionali. Qui il concetto rappresenta una nuova opportunità di business tanto da diventare un vero e proprio brand per commercializzare prodotti innovativi e su cui costruire campagne di marketing. La matrice elaborata da Greenbang – il network di studi e ricerche da anni impegnato sui temi della tecnologia, energia, sostenibilità, economia ecc. (www.greenbang.com) – rappresenta l’attenzione che alcune tra le maggiori aziende mondiali (Philips, Cisco, Oracle, Samsung, IBM, Accenture, Siemens, GE, Mitsubishi, ABB per citarne alcune) prestano alla smart city sia in termini di innovazione (di prodotti, per esempio) che di comunicazione (per esempio nelle strategie di marketing).

 

Le politiche urbane per la smart city

Sebbene, come si è visto, i significati del concetto di smart city varino in funzione del dominio considerato, in numerose città del mondo un numero crescente di piani, politiche, azioni è portato avanti sotto l’etichetta “smart” (Cittalia, 2011). Gli investimenti messi in campo sono ingenti: secondo il rapporto Greenitaly 2011, il giro di affari supererà in tutto il mondo i 39 miliardi di dollari nel 2016, contro gli 8 del 2010; nello stesso quinquennio, le città spenderanno in totale 116 miliardi di dollari per trasformarsi in “strutture intelligenti”. Tra le misure implementate, molte cercano di far fronte alla complessità nei settori “ad alto impatto” (come il ciclo di produzione-distribuzione-consumo energetico, il trasporto delle merci, la mobilità delle persone, la gestione dei rifiuti ecc.) basandosi prevalentemente su soluzioni altamente tecnologiche. L’utilizzo dell’ICT, in particolare, è molto diffuso e può caratterizzare sia la nascita di città ex novo, come nel caso di Masdar City e Caofeidian, sia gli investimenti in settori-chiave, come nel caso di Amsterdam. Solo raramente, le esperienze urbane di smartness esulano dall’ICT: a Curitiba, per esempio, il cambiamento è avvenuto utilizzando prevalentemente le dotazioni già esistenti e operando nel campo dell’integrazione sociale.
La prospettiva “smart”, di fatto, costituisce un’opportunità che città e territori possono cogliere, soprattutto a fronte della crisi economica globale in corso che impone l’elaborazione di strategie di sviluppo nuove.
La portata innovativa del processo di ripensamento dei sistemi di regolazione e organizzazione delle città e dei territori sembra, tuttavia, relegata a una sola, o solo ad alcune, delle dimensioni possibili. Da un lato, la molteplicità dei significati e degli approcci attribuiti alla smart city mostra come il grande contenitore smart abbia fino ad ora accolto punti di vista e finalità eterogenei e parziali. Analogamente a quanto è già avvenuto in passato con lo sviluppo sostenibile, lo sviluppo dal basso ecc., anche il concetto di smart city sembra essenzialmente configurarsi come un “ombrello terminologico” sufficientemente generico e su cui è facile ottenere un vasto consenso (quale città, del resto, non vorrebbe essere intelligente?). Dall’altro, l’antologia sulle esperienze urbane “intelligenti” rende evidente come dal punto di vista pratico – in termini, cioè, di politiche, azioni e progetti – si siano in genere adottate soluzioni di carattere prevalentemente ingegneristico e selettive rispetto alle aree urbane e alle porzioni di popolazione interessate da questi interventi. Etichettate come smart, le politiche possono avere un consenso che altrimenti avrebbero ottenuto con maggiori difficoltà.
A fronte di questi rischi, è necessario svelare ogni possibile implicazione dell’ “opzione smart” al fine di valorizzare e governare meglio un processo così poliedrico. A tal proposito, è interessante riprendere il monito lanciato dalla sociologa ed economista Sassen (2011) per la quale la nuova sfida è rappresentata dal tentativo di “urbanizzare le tecnologie”, ovvero renderle effettivamente utili ai nuovi bisogni urbani. Accettare questa sfida è l’unica condizione per poter realmente governare un processo di sviluppo così complesso e per farlo, occorre innanzi tutto continuare a interrogarsi sul senso che s’intende attribuire all’opzione smart all’interno delle città, quindi capirne le implicazioni.

 

Spunti di riflessione per ripensare la smart city

Nel tentativo di ripensare criticamente le implicazioni teoriche e pratiche della smart city, un contributo importante viene da coloro che si occupano di smart city dal punto di vista delle scienze umane e sociali. A questo proposito si identificano due direzioni di indagine profondamente interrelate, suffragate peraltro da una serie di lavori realizzati negli ultimi anni prevalentemente in ambito anglofono e francofono.
In primo luogo, occorre chiarire cosa s’intende per smart city. A quali bisogni la città intelligente deve rispondere? In che modo deve farlo? A tal proposito appare utile richiamare lavoro di Hollands (2008) che denuncia la debolezza del quadro definitorio come uno degli aspetti più problematici e rischiosi. Secondo l’autore, infatti, non si tratterebbe di una questione esclusivamente e semplicemente terminologica: la vaghezza che ammanta il concetto di smart city potrebbe essere una scelta intenzionale, una genericità artificiosa funzionale a includere qualsiasi aspetto dello sviluppo urbano odierno. Come avverte Hollands, gli studi che mettono in relazione tale concetto con i discorsi più critici sulla città e le sue trasformazioni – l’imporsi della città imprenditoriale (Harvey, 1989), il crescente dominio delle attività e degli spazi neo-liberali (Peck e Tickell, 2002), la prospettiva del marketing urbano e le problematiche ad essa connesse (Begg, 2002; Short et al, 2000), la tendenza a considerare solo marginalmente i residenti “ordinari” (Amin, Massey e Thrift, 2000) ecc. – sono a oggi piuttosto rari.
In secondo luogo, occorre osservare e analizzare i processi d’inclusione ed esclusione che possono essere innescati. Quali parti della città e quali porzioni di popolazione vengono interessati da questi processi e quali esclusi? Come la città, nel suo complesso, reagisce all’innesto di nuove tecnologie? Questo secondo filone d’indagine è rappresentato dai numerosi e fertili studi sulla giustizia spaziale (su tutti si veda Soja, 2009) che negli ultimi anni hanno animato il dibattito internazionale. Attraverso questa lente potrebbero essere osservati e analizzati, per esempio, i processi di segmentazione e frammentazione sociale provocati dall’introduzione di nuove tecnologie che impediscono uno sviluppo urbano realmente sostenibile.

Alberta de Luca, Dipartimento Interateneo di Scienze, Progetto e Politiche per il Territorio del Politecnico e Università di Torino

 

Riferimenti bibliografici

Amin A., Massey D., Thrift N. (2000), Cities for the many not for the few, Bristol: Policy Press.

Begg I. (ed) (2002), Urban competitiveness: policies for dynamics cities, Cambridge: Polity Press.

Caragliu A., Del Bo C., Njkamp P. (2009), Smart cities in Europe. Paper presented at the conference III Central European Conference in Regional Science, held in Amsterdam.

Cittalia (2011), Smart cities nel mondo, Roma: Cittalia e Fondazione Anci Ricerche.

Commissione Europea (2007), Piano strategico europeo per le tecnologie energetiche COM (2007) 723, Brussells.

Commissione Europea (2009), A technology roadmap on investing in the development of low-carbon tecnologies SEC (2009) 1295, Brussells.

Harvey D. (1989), From managerialism to entrepreneurialism: the transformation in urban governance in late capitalism, Geografiska Annaler, 71b, 1: 3-17.

Hollands R. G. (2008), Will the real smart city please stand up?, City, 12, 3: 303-320.

Peck J., Tickell A. (2002), Neo-liberalising space, Antipode, 34, 3: 380-404.

Sassen S. (2011), “Who needs to become ‘smart’ inn tomorrow’s cities’, keynote speech at the LIFT Conference.

Short J. R., et al (2000), From world cities to gateway cities: extending the boundaries of globalization theory, City, 4, 3: 317-340.

Soja E. W. (2009), Postmodern geographies: the reassertion of space in critical social theory, London, New York: Verso.

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