Giornale on-line dell'AISRe (Associazione Italiana Scienze Regionali) - ISSN:2239-3110
 

Valorizzazione dei beni culturali e sviluppo locale: una riflessione sui distretti culturali

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EyesReg, Vol.1 N. 2 – Luglio 2011

In relativamente pochi anni il distretto culturale è diventato uno strumento riconoscibile, con caratteristiche proprie a livello di modelli teorici di riferimento e con un numero sempre crescente di esperienze applicative. Il modello del distretto, inoltre, si sta diffondendo non solo per le sue potenzialità in termini di valorizzazione dei beni culturali in quanto tali ma anche come vero e proprio motore di sviluppo – sostenibile – a livello locale: strumento capace di riconoscere e attivare un patrimonio storico, artistico, ambientale e sociale costituito da un insieme complesso di risorse territoriali, con l’effetto di produrre nel tempo flussi di valore materiali e immateriali (tra gli altri Sacco e  Tavano Blessi, 2006).

Se da un lato il successo di questo strumento, nelle sue diverse forme e declinazioni territoriali, è evidente, dall’altro cominciano ad emergere alcune questioni che riguardano sia le fasi di progettazione che di attuazione.

La riflessione prende spunto dai progetti finanziati nell’ambito di un’iniziativa di Fondazione Cariplo, partita nel 2007, che ha sostenuto la realizzazione di distretti culturali, con un investimento complessivo che supera i 20 milioni di euro. L’esperienza di progettazione ha mostrato alcuni elementi che appaiono cruciali per la realizzazione di progetti di questo tipo e per la costruzione delle condizioni di contesto necessarie per rendere i progetti operativi e funzionanti nel medio e lungo termine. La  prospettiva è infatti quello dell’istituzione di enti territoriali che dovrebbero sostenere lo sviluppo dell’esistente e promuovere l’innovazione nelle strategie di governance e gestione del settore culturale (inteso in senso molto lato), dando al contempo nuovo impulso al sistema territoriale e producendo ricadute virtuose in altri settori economici.

Quando si presenta il distretto culturale come strumento di sviluppo locale, elementi al centro dell’attenzione (e quindi della costruzione) sono la capacità di mobilitare e integrare risorse culturali materiali e immateriali, soggetti attivi e obiettivi d’azione il più delle volte molto numerosi e differenziati. A ciò si deve poi associare la disponibilità di risorse finanziarie e di capacità locali di costruzione di strategie condivise e di cooperazione, sia tra enti pubblici tra loro che tra questi e soggetti economici territoriali, interessati dalle realtà distrettuali per gli obiettivi e le ricadute sul territorio. La presenza di questi fattori e condizioni rappresentano l’essenza e il potenziale principale dello strumento ma anche la sfida maggiore per un territorio per diversi ordini di motivi.

Se integrazione multisettoriale è la parola d’ordine che dà senso ad un distretto e lo distingue da altre forme di governo e gestione del patrimonio culturale, è importante innanzi tutto chiedersi se un territorio ha a disposizione quelle risorse di partecipazione pubblica, condivisione, coinvolgimento, consenso e cooperazione tra settori e soggetti diversi che ne sono la base. Non tutti i territori, infatti, partono potendo già contare su un tale patrimonio e su soggetti capaci di mettersi in gioco in una prospettiva di azione diversa, sia per mancanza di esperienza o conoscenze necessarie sia, soprattutto, perché la condivisione dei processi decisionali è, il più delle volte, una conquista. Se il distretto appare dunque uno strumento importante e innovativo per il salto di qualità nelle attività di valorizzazione del patrimonio culturale in territori che ne sono molto ricchi (la maggior parte del territorio italiano), è anche necessario aprirsi all’idea che la costruzione del consenso, della partecipazione e della cooperazione tra pubblico e privato e tra settori economici diversi dovrebbe essere uno dei primi obiettivi di funzionamento. Le attività sviluppate per tre progetti di distretto nell’ambito del bando della Fondazione Cariplo (Valle Camonica, Provincia di Cremona e Valle Seriana) hanno dimostrato che il distretto rappresenta una potenziale forza catalizzatrice se sufficientemente formato e con chiari compiti istituzionali. La progettazione stessa, inoltre, può rappresentare un’occasione per avviare attività che poi saranno concretizzate nell’ambito dei nuovi luoghi istituzionali, individuando forme di gestione specifiche e di lungo periodo, risultato di un processo di confronto e condivisione più chiaro e trasparente in una sede istituzionale che avrà saputo conquistarsi adeguata considerazione. Se l’integrazione è invece precondizione necessaria (come nel bando della Fondazione Cariplo), in casi potenzialmente molto interessanti ma ancora indietro su questo fronte sarà più difficile ottenere impegni, nell’incertezza sul reale funzionamento e sulle potenzialità operative del distretto stesso.

Un secondo e certamente rilevante elemento di riflessione riguarda i modi con cui mettere in evidenza la produttività degli investimenti nell’ambito di diversi modelli possibili di distretto e come le scelte di utilizzo dei fondi finanziari possano influire sulla capacità dello strumento di funzionare effettivamente come motore di sviluppo locale. I termini sono quelli di una comparazione tra investimenti e risorse mobilitate, soprattutto finanziarie ma anche in competenze e capacità e in benefici e valori attesi nel tempo. Questa evidenza, infatti, è spesso condizione per attrarre finanziamenti e costruire la necessaria accettabilità politica e sociale. Il problema, come nel caso della maggior parte dei beni pubblici, è complesso, poiché i valori prodotti attraverso strumenti di valorizzazione del patrimonio culturale (materiale e immateriale) sono molto difficili da stimare, soprattutto se il confronto avviene tra finanze investite e valori non monetari che devono in qualche modo essere misurati. E’ questo il caso di elementi quali il miglioramento delle risorse umane, la produzione di capacità e saperi, la promozione di ricerca e sviluppo e le ricadute di tutto questo su settori produttivi a livello locale, fino all’aumento della consapevolezza dei valori stessi della cultura come una delle basi del benessere delle comunità locali. Si va dunque molto al di là della misura delle ricadute dirette monetarie determinate dalla maggiore o migliore fruizione del patrimonio culturale.

Un primo strato è quello dalla possibilità di valutare la capacità di funzionamento del distretto in quanto tale, cioè di implementare le attività previste e di promuovere progetti in linea con le attese, anche in una logica di ri-orientamento progettuale e organizzativo.

In secondo luogo, il riconoscimento e la misura dell’efficacia degli investimenti dipende ovviamente dalla tipologia dei valori attesi. Come misurare, per esempio, le esternalità positive determinate dall’integrazione multisettoriale (trainata dalle risorse culturali con ricadute, per esempio, nel settore del turismo e dell’artigianato) o dall’abitudine alla cooperazione pubblico-privato (Frey, 2000 e Montella, 2004)? E al tempo stesso come dare maggiore credibilità a stime che, da un euro speso in cultura, calcolano benefici che vanno da 7 euro, in un intervento alla Camera dei Deputati nel 2010, a 21, dichiarati dall’amministrazione del Comune di Torino nel 2009 (dati che emergono dalla lettura di comunicati stampa pubblicati nei diversi siti internet)?

Una possibilità è quella di produrre “immagini” dello stato di sviluppo del territorio, attraverso la selezione di adeguati parametri e variabili, che possano fungere da riferimento per la valutazione, mettendo al centro dell’attenzione il patrimonio culturale e i settori collegati. Ma rimane un elemento di complessità nel grado di dettaglio dei dati necessari per produrre tali immagini, superiore rispetto a quanto normalmente disponibile nelle statistiche territoriali di base. In ogni caso l’efficacia della strategia sarà misurabile anche indagando sulla consistenza e le qualità di tutte le risorse territoriali e conducendo analisi capaci di evidenziare legami di causa-effetto il più possibile legati alla mobilitazione delle risorse culturali.

Per queste ragioni emerge con forza un ultimo fattore di attenzione. Risorse e capacità dei soggetti territoriali intesi nel loro complesso, quindi anche delle comunità locali, giocano un ruolo primario nella fattibilità di progetti così innovativi. Ed è per questo che l’attivazione di processi di costruzione e diffusione della conoscenza, come sintetizzati nel concetto di “capacitazione” applicato ai temi dello sviluppo locale (Donolo, 2008), sono considerati prodotto centrale dell’attività dei distretti culturali (Fonseca e Urani, 2010): una risorsa cruciale per lo sviluppo sostenibile del futuro. Qui capacitazione fa riferimento a due aspetti. Da un lato attività di formazione ed aggiornamento per soggetti pubblici e privati, sia economici che sociali, direttamente o potenzialmente coinvolti nella realizzazione e operatività del distretto. Dall’altro progetti per il rafforzamento di interventi di educazione, istruzione e formazione destinati al territorio in senso più ampio, in una prospettiva di promozione della cultura e dei relativi valori come strumento di valorizzazione del patrimonio territoriale nel breve e medio periodo e di costruzione di migliori condizioni di competitività e benessere sociale nel lungo periodo.

Seguendo questa logica, il modello di distretto che ne deriva dovrebbe dedicare ampio spazio e risorse di buona qualità a questi obiettivi, soprattutto nelle prime fasi di funzionamento, fino a diventare, nella migliore delle ipotesi possibili, laboratorio per tutelare e valorizzare l’eredità del passato e utilizzarla come base per produrre nuovo patrimonio (Rullani, 2008).

Alla luce di queste considerazioni e delle esperienze progettuali citate sopra, emergono elementi che fanno ritenere che i modelli di distretto possibili sono molti e che il distretto è uno strumento che dovrebbe essere implementato per gradi, in modo da consentire la costruzione delle risorse e delle condizioni locali necessarie per il raggiungimento della piena capacità di funzionamento e progettuale. Torna quindi, in conclusione, la questione della sfida, come del resto emerge in molti contributi teorici e metodologici recenti, poiché si richiede ai territori un cambiamento rilevante nelle abitudini al fare e all’affrontare problemi di sviluppo, al di là di quanto ha diretta attinenza con il patrimonio culturale. Obiettivo complesso ma che, sulla base della pur breve e limitata esperienza condotta, sembra valere decisamente la pena di essere perseguito.

Giulia Pesaro Politecnico di Milano

[L’immagine in evidenza è riprodotta per concessione di Lino Olmo Studio]

Bibliografia

Donolo C. (2008), Nuove idee per lo sviluppo locale fra sostenibilità e capacitazione, Atti del convegno AISLO Ripensare approcci, temi, priorità per lo sviluppo, Bari 14 marzo 2008

Fonseca A.C., Urani A. (2010), From cultural districts to complementary cultural neighbourhoods. The role of cultural commons in an exploratory Brazilian study, Working Paper EBLA, n. 16/2010, Torino

Frey B.S. (2000), Arts and Economics. Analysis and Cultural Policy. Springer Verlag, Berlin, Heidelberg, New York

Montella M. (2004), Atti del convegno Valorizzazione delle risorse territoriali e dei beni culturali, Torino, 20 gennaio 2004

Rullani E., (2008) “I distretti industriali del terzo millennio: i mille modi con cui il nuovo nasce dal vecchio senza preavviso”, in QA Rivista dell’Associazione Rossi-Doria, n. 3-4/2008, pp. 183-200

Sacco P.L., Tavano Blessi G. (2006), Verso un nuovo modello di sviluppo sostenibile: distretti culturali e aree urbane, Working Paper DADI/WP_6/06, Venezia

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