Giornale on-line dell'AISRe (Associazione Italiana Scienze Regionali) - ISSN:2239-3110
 

Capitale sociale, sviluppo economico e felicità

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EyesReg Vol.1, N. 2 – Luglio 2011.

Il capitale sociale è un concetto relativamente recente che si inserisce oggi con prepotenza negli studi sullo sviluppo economico e sociale. Viene utilizzato da sociologhi ed economisti ma anche da istituzioni internazionali e locali come paradigma ermeneutico utile a spiegare la coesione sociale e la relazionalità tra persone e imprese in contesti nazionali e territoriali. Anche se le prime definizioni risalgono agli inizi del Novecento, la sua diffusione nelle scienze sociali e nelle politiche economiche si verifica soprattutto negli ultimi due decenni. Dopo le prime sistematizzazioni teoriche ad opera di autori come Bordieu, Colemann, Loury, si deve a Putnam il suo ingresso massiccio nelle analisi politologiche e economiche internazionali. Come già avvenuto per Banfield, che studiò negli anni ’50 il Meridione italiano, coniando la metafora del “familismo amorale” per spiegare la moralità ristretta alla cerchia familiare della popolazione del Sud Italia, così per la nozione di capitale sociale il politologo e sociologo americano Putnam guadagnò larga visibilità con la sua pubblicazione “Making Democracy Work” (1993) nel quale spiegò il ritardo del Sud dell’Italia con una ridotta dotazione di capitale sociale che indeboliva la fiducia nelle istituzioni locali, ne frenava l’efficienza e quindi rallentava la capacità di crescita dei sistemi territoriali meridionali. Da questo studio seminale si sono moltiplicate le riflessioni teoriche e le analisi empiriche per verificare il ruolo del capitale sociale sullo sviluppo economico e sociale.

Già nelle definizioni di Putnam, si osserva tuttavia la difficoltà di misurazione di questo indicatore, per la multidimensionalità intrinseca della nozione stessa: si tratta infatti di “norme, fiducia e associazionismo” con un mix complesso di valori, percezioni e comportamenti individuali e collettivi di difficile operazionalizzazione. Prevale in questa prima fase la focalizzazione sugli aspetti oggettivi del capitale sociale, ovvero nelle sue dimensioni di civicness (misurata con la partecipazione elettorale, la legalità fiscale ed economica, fino alla partecipazione culturale) e di trust (connessa alla fiducia negli altri e nelle istituzioni, misurabile anche attraverso la partecipazione ad attività di volontariato ed associative). Ma già il concetto di fiducia ripreso da Fukuyama e da molti studiosi italiani (Trigilia, Bagnasco) rimanda direttamente a misurazioni di tipo soggettivo, desunte da sondaggi e rilevazioni inerenti le percezioni dei soggetti, la condivisione di valori e priorità etiche. Anche le definizioni delle istituzioni internazionali non risolvono queste dicotomie semantiche, laddove Banca Mondiale e OCSE insistono su contenuti del capitale sociale legati a “valori, norme, relazioni e istituzioni che formano le interazioni sociali e favoriscono l’azione, facilitando la cooperazione”.

Il capitale sociale e la crescita economica

Un importante ambito di utilizzo del concetto riguarda il suo eventuale contributo alla crescita economica e al benessere degli individui. Vengono così prima analizzati a livello teorico e poi testati empiricamente gli effetti attesi del capitale sociale sulla politica, in termini di partecipazione e efficienza-efficacia delle istituzioni; sull’attività economica, con l’attesa riduzione dei costi di transazione e il rafforzamento della cooperazione. Nei modelli di sviluppo economico, il capitale sociale viene così inserito come allargamento del concetto di capitale che comprende la nozione di capitale umano nei modelli di crescita endogena ed in seguito nuovi fattori immateriali di natura culturale e istituzionale (Barro, Inglehart). Infine la nozione entra a pieno titolo nei tentativi di spiegazione dello sviluppo locale, come proxy della cooperazione tra gli attori e con le istituzioni, e quindi come fattore geograficamente localizzato di “capitale territoriale” (Camagni) che incrementa il vantaggio competitivo nelle analisi dei distretti produttivi e dei sistemi economici locali (Ciciotti-Rizzi).

Dopo una letteratura applicata molto ampia, non emerge una evidenza indiscussa sugli effetti positivi del capitale sociale sulla crescita economica di paesi e regioni, anche se prevalgono analisi a favore di una relazione positiva; soprattutto si osservano diversi studi che mettono in discussione le relazioni di causalità tra capitale sociale e sviluppo e verifiche con risultati ambigui.


Il ruolo dei valori e delle relazioni

In questo filone di studi si inserisce una recente analisi sul capitale sociale nei paesi e nelle regioni europee (Rizzi-Pianta 2010) che parte da indicatori di tipo soggettivo-percettivo derivati dalle indagini campionarie realizzate periodicamente nell’ambito del progetto European Values Study. Queste indagini rilevano i valori, le attitudini e le opinioni dei cittadini europei. In questo lavoro si costruiscono indicatori sintetici tramite analisi delle componenti principali, sia a livello di stati che di regioni europee. Analizzando solo i risultati empirici di scala regionale (che analizza 187:regioni europee), emergono quattro componenti significative: il capitale sociale di tipo valoriale, costituito dalla rilevanza per i soggetti dei valori personali (famiglia, religione); il “capitale relazionale”, dato dall’importanza delle interazioni e dall’appartenenza a reti sociali; il “capitale istituzionale”, che esprime la fiducia verso le istituzioni collettive; il “capitale cooperativo”, ossia la dimensione attiva attraverso partecipazione ad associazioni e organizzazioni di volontariato.

Il capitale sociale di tipo valoriale risulta più elevato nelle regioni meridionali e dell’est Europa, più orientate al riconoscimento valoriale della famiglia o della religione (come in molte regioni italiane, polacche ed irlandesi), mentre le regioni tedesche e olandesi si classificano nelle ultime posizioni. In Italia si rilevano, nell’ordine, le regioni del sud e poi quelle centrali e settentrionali. Al contrario per il capitale relazionale, le regioni svedesi e olandesi si classificano ai primi posti, mentre quelle dell’Europa sud-est si trovano nelle ultime posizioni. Per l’Italia risultano più dotate di capitale relazionale le regioni del nord.

In termini di capitale istituzionale, la mappa che emerge appare più disomogenea a livello territoriale, con alcune regioni tedesche, spagnole e inglesi al elevata fiducia istituzionale, ma altre aree degli stessi paesi con dotazioni di questa forma di capitale sociale pubblico meno significative. Anche per l’Italia, le zone si combinano in modo articolato: le prime regioni italiane in classifica sono Abruzzo e Emilia Romagna, l’ultima la Valle d’Aosta.

Tabella 1. Il posizionamento delle regioni italiane nel ranking europeo del capitale sociale

Infine il capitale cooperativo evidenzia elevati livelli per alcune regioni di Grecia, Regno Unito e Italia, rispetto a minori dotazioni in regioni tedesche, olandesi e dei paesi dell’est.
Le verifiche econometriche a livello di stati non confermano i numerosi studi che hanno evidenziato impatti positivi del capitale sociale sulla crescita economica, anche se la disoccupazione risulta, come atteso, negativamente correlata con le componenti di capitale relazionale. A livello regionale invece emerge un contributo positivo e significativo sulla crescita (in termini di variazione del Pil procapite nell’ultimo decennio) delle componenti di capitale relazione e istituzionale, ma un segno negativo del capitale valoriale. Come a dire che le reti tra persone e attori sociali e la fiducia nelle istituzioni si confermano driver importanti nei processi di sviluppo territoriale, ma la rilevanza dei quadri normativi ed etici non automaticamente produce propensioni dirette all’attività economica. Non a caso le aree dove prevalgono valori incentrati sulla famiglia e sulla religione, come quelle italiane, evidenziano livelli di crescita modesti negli ultimi anni.

Il capitale sociale e la felicità

Un diverso filone di studi analizza infine il rapporto tra capitale sociale e benessere, misurato in termini di felicità percepita. Se l’impatto sulla crescita economica appare ancora controverso e occorre “spacchettare” la nozione di capitale sociale nelle sue diverse componenti che hanno diversi effetti sullo sviluppo, la letteratura esistente sul legame con la life satisfaction o con l’happiness (benessere percepito) appare concorde nell’individuare relazioni significative e positive. Recentemente si è tenuto all’Università Bicocca un interessante convegno internazionale dal titolo “Market and Happiness” in cui questi legami tra beni relazionali e felicità sono emersi in numerosi lavori teorici ed empirici, con contributi significativi di molti ricercatori italiani (Bartolini, Zamagni, Gui, Bruni).
Al di là dei problemi di definizione e misurazione del benessere, che inizia ad occupare statistici e scienziati sociali, anche grazie al contributo della Commissione Stiglitz, risulta davvero promettente questa nuova area di studi che si focalizza sulla felicità, quale nuovo indicatore di sviluppo, non più legato solo alle dinamiche del prodotto interno lordo. Ed è particolarmente stimolante che, come già successo per il capitale sociale, sia proprio l’Italia uno tra i paesi che più contribuiscono alla diffusione di questi nuovi approcci al benessere individuale e collettivo.

Paolo Rizzi, Università Cattolica di Piacenza
paolo.rizzi[at]unicatt.it

Bibliografia

Bagnasco A.et.al. (2001), Capitale sociale, Istruzioni per l’uso. Bologna: Il Mulino.

Putnam R. et.al. (1993), Making Democracy Work. Civic traditions in modern Italy. Princeton University Press.

Rizzi P., Pianta R. (2010), Capitale sociale e sviluppo regionale in Europa, XXXI Conferenza italiana Aisre, Aosta, in corso di pubblicazione.

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