Giornale on-line dell'AISRe (Associazione Italiana Scienze Regionali) - ISSN:2239-3110
 

Appartenenza territoriale, imprenditorialità e benessere: il caso dell’Appennino Emiliano

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di: Davide Marchettini e Paolo Rizzi

EyesReg, Vol.10, N.1, Gennaio 2020: numero speciale “Nuove sfide per lo sviluppo delle aree interne”

Introduzione

Le aree dell’Appennino sono segnate da fenomeni di declino demografico e occupazionale che determinano una crescente rarefazione sociale e produttiva e la conseguente erosione del presidio collettivo del territorio. Tuttavia molte aree appenniniche sono ricche di “patrimonio territoriale”, in cui sono sedimentate risorse materiali (agrarie, idriche, forestali, energetiche, ambientali, paesaggistiche) e cognitive (identità, relazioni, saperi contestuali) che possono offrire nuovi servizi per l’economia di prossimità (Ferlaino e Rota 2013; Poli 2014; Meloni 2015). Per favorire il passaggio da politiche assistenziali ad una strategia fondata sulla consapevolezza dell’esistenza di potenziali risorse di valore, occorrono azioni condivise che puntino al sostegno delle imprese esistenti e alla nascita di nuove iniziative imprenditoriali. Le politiche e le azioni per l’attrattività, la valorizzazione e l’animazione dei territori montani quindi devono presupporre un’attività di riscoperta e riconoscimento, necessaria per il percorso partecipativo per una rivitalizzazione del tessuto socio-economico locale (Rizzi et.al. 2008; Baldini 2015; Rizzi e Graziano 2015).

Il presente lavoro analizza il caso dell’Appennino emiliano ed in particolare un progetto di animazione territoriale che ha accompagnato gli attori locali della montagna piacentina nella definizione di strategie di consolidamento delle imprese esistenti e di sviluppo di nuove imprese, sia sul fronte del marketing di prodotto e territorio sia in tema di formazione/consulenza manageriale (Marchettini e Rizzi 2018). L’obiettivo è stato il riconoscimento delle opportunità competitive del territorio come economia di prossimità, ma anche come destinazione turistica, promuovendo l’incontro dei soggetti dell’area al fine di elaborare una politica di promozione coordinata. In una seconda fase il lavoro si è focalizzato su un’indagine condotta attraverso la somministrazione diretta di questionari ai giovani del territorio, chiamati a esprimersi sui temi dell’appartenenza territoriale, del lavoro, della promozione dell’Appennino e del ruolo delle imprese.

La desertificazione e lo spopolamento

La situazione demografica dei Comuni dell’Appenino piacentino denota, come per la maggior parte dei Comuni appenninici italiani, un trend drasticamente negativo. L’abbandono della montagna è costante negli ultimi cinquanta anni. Dal dopoguerra si è verificato un calo di circa due terzi della popolazione nell’Appennino piacentino rispetto ad un decremento della montagna italiana pari a circa l’11%, laddove nello stesso periodo si è assistito ad una forte crescita nel Comune capoluogo ed in genere in Emilia Romagna (Tab.1). Nell’ultimo ventennio non si riduce il deflusso demografico, con un calo di circa il 18% nell’Appennino piacentino a fronte di una sostanziale stabilizzazione nella montagna italiana, grazie alla crescita nelle aree alpine lombarde e del Trentino Alto Adige. Solo un paio di comuni collinari della provincia di Piacenza registrino un aumento demografico nel periodo considerato (Rivergaro e Castell’Arquato), ma si tratta di aree a chiara destinazione turistica, in particolare per le seconde case. Tutti gli altri Comuni registrano un declino radicale della popolazione residente: i picchi maggiormente negativi si verificano nei Comuni collocati sul crinale appenninico (Ferriere, Cerignale, Farini, Morfasso, Ottone, Zerba).

Tab.1. La dinamica della popolazione nell’ Appennino Piacentino e in altri contesti territoriali (valori assoluti e variazione % 1951-2011)

Appennino piacentino Comune Piacenza Provincia Piacenza Emilia Romagna Montagna Italia
1951 67.062 72.856 299.138 3.574.014 8.322.650
1961 54.743 88.541 291.059 3.689.782 8.135.449
1971 39.985 106.841 284.881 3.863.654 7.754.918
1981 32.891 109.039 278.424 3.974.617 7.664.976
1991 30.302 102.268 267.633 3.926.422 7.475.479
2001 27.252 95.594 263.872 4.000.703 7.408.641
2011 23.613 100.311 284.616 4.342.135 7.468.031
2017 22.334 102.355 286.758 4.461.612 7.384.900
var. % 1951-2017 -66,7 40,5 -4,1 24,8 -11,3
Var.% 2001-2017 -18,0 7,1 8,7 11,5 -0,3

Fonte: Istat, elaborazioni LEL

Le strategie per il territorio secondo le imprese

Dal confronto con le imprese di montagna sono emersi fabbisogni e idee/progetti per il futuro. Alcune indicazioni su cui imperniare le strategie future sono risultate: la necessità di fare rete per unire le forze e le competenze per accedere a bandi dedicati ai territori montani (Gal Gruppo di azione locale, Programma di Sviluppo Rurale, Strategia per le Aree Interne); il bisogno di coordinare l’offerta di alcuni servizi ritenuti essenziali, ma che ad oggi non sono sostenibili per le singole realtà; l’urgenza di azioni di promozione specifica della montagna, che va intesa come “prodotto” da valorizzare e non più come territorio da assistere; l’opportunità di mettere in valore le risorse naturali disponibili (idroelettriche, eoliche) in modo sostenibile, e sviluppare una agricoltura innovativa grazie alle nuove tecnologie. La montagna va valorizzata con la corresponsabilità ed il lavoro di tutti i soggetti del territorio, condividendo anche nuovi progetti (es. negozi di prodotti di montagna locali) e soprattutto con una programmazione di lungo periodo: gli interventi su alcuni settori (viabilistico, sentieristico, energetico) hanno bisogno di un respiro diverso, orientati non solo all’emergenza, ma ad una progettazione del territorio in senso ampio che consenta di guardare alla manutenzione ad esempio come opportunità per la creazione di posti di lavoro legati alla prevenzione e al mantenimento (pulizia canali, briglie/difese, allevamento, legna, manutenzione della pulizia dei fiumi). In particolare è emersa l’ipotesi di valorizzazione terreni incolti, superfici enormi nell’area, molte dei quali idonei per attività agricole in gestione associata. Ancora gli operatori hanno insistito su progetti di recupero energetico, azioni per sfruttare i sottoprodotti del bosco e le biomasse come combustibile per uso domestico/pubblico nell’ottica della filiera corta. Infine, per chiedere regole fiscali specifiche per la montagna e finanziamenti pubblici come garanzia per il presidio del territorio, è emersa l’ipotesi di creare una zona franca montana, per cercare almeno di “trattenere” i pochi giovani rimasti, sviluppando la multifunzionalità, per integrare attività turistiche, agricole, forestali, e la manutenzione del territorio.

I giovani e l’appartenenza territoriale

Una indagine specifica è stata realizzata su un campione rappresentativo della popolazione giovane dell’Alta Val Trebbia (234 giovani nel 2018) con il coinvolgimento di alcuni studenti dell’Istituto commerciale Tramello di Bobbio. Le risposte degli intervistati sono state raffrontate con quelle ottenute in una analoga ricerca realizzata nell’area dell’Appennino reggiano (579 giovani nel 2019) e altre in indagini di confronto su giovani di città (Piacenza, Cremona e Reggio Emilia).

Un primo dato interessante è quello relativo al benessere soggettivo: I giovani “montanari” si dichiarano più “felici” in media dei loro coetanei cittadini e decisamente più soddisfatti della media della popolazione italiana.

Il secondo dato significativo è quello legato all’appartenenza ed alla identità territoriale (Tab.2): i giovani di entrambi i territori montani individuano nel proprio paese la realtà a cui si sentono maggiormente legati (oltre il 30%). Se questa forte identità “localistica” si riscontra anche nei giovani di città, il radicamento “montanaro” risulta un aspetto specifico dei giovani dell’Appennino, che supera il senso di appartenenza alla provincia o alla regione ma anche all’Italia. La dimensione cosmopolita (mondo, Europa) al contrario risulta modesta e più contenuta rispetto ai coetanei di pianura o città, anche se più elevata rispetto alle classi di età adulta e anziana.

Tab.2. A quale di queste realtà geografico – culturali senti maggiormente di appartenere? (valori % su totale; 2 risposte)

Appennino piacentino Appennino reggiano
Il paese in cui vivo 30,2% 31,9%
L’Italia 15,1% 13,4%
Il nord Italia 15,1% 8,4%
L’Appennino piacentino/reggiano 12,4% 18,4%
La provincia in cui vivo 10,2% 4,9%
Il mondo in generale 7,0% 14,9%
L’Unione Europea 4,5% 4,5%
La regione in cui vivo 4,5% 3,6%
Totale 100% 100%

Avendo la possibilità di scegliere dove vivere in futuro, i giovani intervistati dichiarano come prima scelta di voler continuare a risiedere nel loro comune (oltre il 40% nell’Appenino piacentino, circa un terzo in quello reggiano), altro segnale indicativo della forte appartenenza territoriale e in fondo della qualità della vita percepita nell’area (Tab.3). La seconda scelta espressa in entrambe le aree, è quella di andare a vivere fuori dall’Europa con percentuali abbastanza differenti (quasi il 24% per i reggiani, 7 punti in meno per i piacentini), anche in questo caso confermando un trend che tocca i giovani italiani in genere e non solo quelli residenti in aree periferiche o montane.

Tab.3. E potendo scegliere tu… (valori % su totale)

Appennino piacentino Appennino reggiano
Continueresti a vivere nell’attuale comune di residenza 40,4% 32,6%
Andresti a vivere all’estero (fuori dall’Europa) 16,9% 23,9%
Cambieresti comune, ma rimarresti in provincia di Piacenza 13,9% 5,0%
Andresti a vivere in un’altra regione italiana 12,1% 11,2%
Andresti a vivere all’estero (Europa) 10,0% 20,2%
Cambieresti provincia, ma rimarresti in Emilia Romagna 6,5% 7,1%
Totale complessivo 100% 100%

Ma a quali condizioni i giovani della montagna rimarrebbero in Appennino? Quali sono le condizioni di sostenibilità della vita montana per un giovane? In primis la garanzia dei servizi essenziali (scuola, sanità, trasporti) seguiti dal vero nodo problematico della montagna appenninica di oggi, ovvero le opportunità lavorative (Tab.4). In terza battuta la presenza di forme di aggregazione per i cittadini, di tipo culturale e

ricreativo. Interessante anche la relativa discordanza di priorità nelle due aree considerate, che derivano anche da condizioni socio-economiche piuttosto diverse, con l’Appennino Reggiano molto più ricco, grazie a presenze manifatturiere rilevanti nei settori della ceramica e dell’agroalimentare (parmigiano-reggiano in primis) e dotazione di servizi alla persona certamente più avanzati (Castelnovo ne’ Monti).

Tab.4 A quali condizioni rimarresti sul territorio dell’Appennino?(valori % su totale; 2 risposte)

  Appennino piacentino Appennino reggiano
Garantendo maggiori servizi (scuola, trasporti, sanità… ) 81,7 28,9
In presenza di maggiori opportunità di lavoro 61,0 33,4
Garantendo forme di aggregazione (cinema, centri per giovani…) 45,2 57,1
Programmando iniziative per i giovani 8,3 16,6
Coinvolgendo i giovani nei processi decisionali 3,7 22,1

Passando alla scelta lavorativa, in riferimento al settore in cui gli intervistati vorrebbero lavorare, i giovani dell’Appennino piacentino scelgono al primo posto il turismo, seguito dall’industria manifatturiera, il commercio e l’agricoltura.

Dalla fragilità territoriale alla felicità

Alpi e Appennini non sono luoghi marginali, ma sono tornati al centro del sistema produttivo, sociale ed economico, anticipando cambiamenti sociali e culturali. Secondo il Censis (2016) la montagna è “quello che il Paese sarà tra dieci anni”: è il luogo in cui può sperimentare un modello di sviluppo di vera green economy, un modello sociale di coesione che può diventare “un paradigma per il futuro del Paese” (Dotti 2016). Non tanto perché si produce oltre il 16% del valore aggiunto nazionale, ma soprattutto perché rappresenta un luogo di elevatissima qualità dell’ambiente, dove si “consuma” meno del 3% del suolo rispetto a circa il 10% dei comuni non montani. Anche il tasso di imprenditorialità nei comuni totalmente montani risulta superiore a quello dei comuni non montani, nonostante i deficit logistici e infrastrutturali. Il senso di appartenenza che si registra nelle montagne italiane è legato ad una qualità di vita che rivela un’alternativa culturale e quasi antropologica al paradigma industriale e post-industriale delle città e delle pianure (Rizzi et.al. 2008; Dislivelli 2017). Le strategie di resilienza e rilancio soprattutto delle aree più fragili della montagna italiana richiedono un legame che associ innovative politiche di branding a questi luoghi di eccellenza, in termini di qualità ambientale, di tutela e conservazione del territorio, capitale sociale e spirito comunitario (Rizzi e Graziano 2015). A partire dalla valorizzazione del “piccolo”, della forma economica e sociale reticolare, con una dimensione generativa emblematica: si pensi alla rivoluzione delle cooperative di comunità (Rizzi e Teneggi 2013; Teneggi 2014), nate proprio nell’Appennino Reggiano. Non a caso la rivista Vita titolava un proprio rapporto con il termine “montagna felix” per indicare le potenzialità del rinascimento montano, fondato su sostenibilità ambientale, cooperazione comunitaria, accoglienza e ospitalità diffusa (Vita 2016). Solo riconoscendo la montagna come luogo di “felicità” si possono ipotizzare percorsi di ripopolamento. In questa direzione si assiste al fenomeno particolarmente interessante dei “nuovi montanari” o dei “ritornanti”, di nuovi cittadini che tornano in montagna per vivere in modo diverso: ex emigrati o loro discendenti, stranieri affascinati dalla natura e dalla cultura italiana, giovani professionisti che intraprendono attività economiche antiche nell’agricoltura o nel turismo lento (Corrado et.al. 2014). Aldo Bonomi afferma che “se prima la montagna si raccontava per lo più attraverso il lamento, oggi deve assumere la consapevolezza del cambiamento ed elaborare un nuovo spazio di rappresentazione”. Il tema del benessere soggettivo è diventato oggi la leva di promozione territoriale e rappresenta oggi una via obbligata per ogni strategia seria di riposizionamento delle aree interne italiane, per coniugare identità e apertura, imprenditorialità generativa e sostenibilità.

Davide Marchettini e Paolo Rizzi, Università Cattolica di Piacenza

Bibliografia

Baldini U. (2015), Aree interne: partecipare al rinnovo del paese, Eyesreg, Vol.5, N.5.

Censis (2016), La quota dello sviluppo. La mappa socio-economica della montagna italiana, Franco Angeli, Milano.

Corrado F., Dematteis G., Di Gioia A. (2014), Nuovi montanari, Franco Angeli, Milano. Dislivelli (2017), Rapporto Montagne-Italia, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli.

Dotti M. (2016), Montagne, un paradigma per il futuro del Paese., in Vita, 6 luglio, Milano.

Ferlaino F., Rota F. (a cura di) (2013), La montagna italiana. Confini, identità e politiche, Franco Angeli, Milano.

Marchettini D., Rizzi P. (2018), Lo sviluppo socio-economico dell’Appennino Piacentino: promozione di impresa e marketing territoriale, quaderno Laboratorio di Economia locale, 195.

Meloni B. (a cura di) (2015), Aree interne e progetti d’area, Rosemberg&Sellier, Milano.

Poli D. (2014), Il territorio come patrimonio: il caso toscano. Mimeo. Scuola estiva di Sviluppo Locale Sebastiano Brusco, 22-24 settembre. Seneghe.

Rizzi P., Dioli I., Quintavalla L. (2008), Riconoscere la montagna, Camera di Commercio di Reggio Emilia, Confcooperative, Confindustria, Reggio Emilia.

Rizzi P., Graziano P. (2015), Rabdomanti di comunità: il caso dell’Appennino Reggiano, in Meloni B. (a cura di), Aree interne e progetti d’area, Rosemberg&Sellier.

Rizzi P., Teneggi G. (2013), Riconoscere la montagna, in Ferlaino F., Rota F. (a cura di), La montagna italiana.

Confini, identità e politiche, Franco Angeli, Milano.

Rumiz P. (2007), La leggenda dei monti naviganti, Feltrinelli, Milano.

Teneggi G. (2014), Comunità e progettualità nelle periferie territoriali, in Assante A., Rossi E., (a cura di), Capire e trasformare la realtà a partire dalle periferie geografiche ed esistenziali, Edizioni Auxsiliatrix, Benevento.

Vita (2016), Montagna felix: Vita racconta il rinascimento montano, Redazione, 6 luglio, Milano.

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